Apertura Trakker front2

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di Andrea Benassai

Il Trakker è un compressore mono a componenti discreti capace di spaziare dalla semplice compressione trasparente all’emulazione di compressori vintage. Deve essere subito chiaro che non è nelle intenzioni del suo progettista ricreare delle precise imitazioni di modelli celebri, ma piuttosto offrire all’utente la possibilità di cambiare la struttura sonora e del processo dinamico in modo tale da offrire tutti gli ingredienti per una compressione perfetta. Se poi, casualmente, tra questi ingredienti ne troverete qualcuno che assomiglia in modo sorprendente a vecchi ricordi questo è un caso: forse un caso cercato, e ben riuscito, che per gli utenti sarà soltanto un evento fortunato e auspicabile. I controlli sono quelli tradizionali: soglia, attacco, rilascio e regolazione della curva knee. Manca la ratio, che è determinata in modo automatico in base alla modalità operativa selezionata dal Character: un selettore rotativo a scatti che è il vero fulcro dell’unità. Il pannello frontale è completato dal Makeup Gain (solo positivo, da 0 a +14 dB) e da un meter a LED con indicatore di clip che può mostrare il livello di uscita o la quantità di compressione effettivamente applicata al programma. Tutto il percorso del segnale è in classe A, e questa caratteristica si percepisce anche al tatto dopo pochi minuti di lavoro: il Trakker assomiglia a una piccola stufa, producendo un calore notevole che viene disperso attraverso la poderosa struttura metallica e dal dissipatore posteriore in alluminio. Le connessioni sono tutte XLR bilanciate, cui si aggiungono i connettori per il sidechain (DB 9 poli) e per il link (DB 15 poli): quest’ultimo consente l’interconnessione di otto macchine al massimo. La compressione viene realizzata per mezzo di un circuito FET controllato digitalmente da un segnale Pulse Width Modulation. Il vantaggio di questa tecnologia è che il segnale di controllo del sensing può essere facilmente variato secondo diversi algoritmi digitali che vanno a modificare l’intervento sulla dinamica, realizzato però in dominio analogico da un unico circuito audio, pulito ed essenziale. Il cuore del sistema proviene dall’idea progettuale della doppia emulazione, che riguarda il tipo di compressione e la pasta sonora.

Fig. 1 - Particolare del controllo Character
Fig. 1 – Particolare del controllo Character

Modalità operative

Per quanto concerne la compressione i modi operativi sono quattro, che agiscono in stretta correlazione con i controlli di attacco, rilascio e knee. Ognuna di queste regolazioni non ha riferimenti precisi per quanto riguarda i tempi e i valori, ma soltanto una generica scala numerica. Questa disomogeneità di controllo si verifica perché i tempi variano al variare della configurazione, così come la forma dell’inviluppo che è determinata dalla pendenza imposta dal controllo Knee: sarebbe stato impossibile serigrafare tutti i valori per ognuna delle possibili combinazioni. Il Character, che determina l’algoritmo di compressione, ha sedici posizioni: quattro sottosezioni di tipologia di compressione, a loro volta divise in quattro diverse varianti sonore. La prima sottosezione è denominata Hard, ed è l’unica che fa lavorare il Trakker con una curva di compressione violenta. Solo in questa posizione è possibile usare il compressore come limiter vero e proprio, usando la regolazione successiva del Knee con valori vicini al massimo. La seconda sottosezione disponibile è la Soft, che trasforma il Trakker in una macchina molto più trasparente e progressiva, emulando la compressione feedback dei vecchi compressori valvolari. In questa modalità il controllo del rilascio è regolato in modo univoco dal selettore Release, ed è indipendente dal tipo di segnale in entrata. Le altre due sottosezioni sono Optical e Air Optical: sono uguali per quanto riguarda il tipo di compressione (sempre soft), ma introducono nel percorso del segnale una serie di emulazioni di carattere dinamico e sonoro tendenti all’imitazione di compressori vintage. In queste posizioni il Trakker emula il comportamento di un compressore Opto, e il tempo di rilascio viene dilatato autonomamente in modo dipendente dall’effettiva persistenza del segnale in entrata. Il controllo Release serve a espandere o a ridurre i tempi calcolati in modo autonomo dal sensing. L’unica differenza tra le due sezioni è una compensazione della riduzione delle alte frequenze, tipica di alcune macchine storiche tipo gli Urei: in posizione Air c’è un’enfasi sopra gli 8 kHz, necessaria a recuperare il roll-off introdotto con la compressione. Già così la situazione è abbastanza complicata da gestire, e a questo punto appaiono le quattro posizioni in cui ogni sottosezione è divisa, che riguardano l’emulazione puramente timbrica del Trakker: Vintage VCA (VV), Clean VCA (CV), Vintage (V), Clean (C). È ovvio che ognuna di queste quattro sottoposizioni tende a emulare il comportamento di macchine corrispondenti, la cui analisi dettagliata in relazione alla sezione corrispondente richiederebbe troppo spazio in questa sede, visto l’elevato numero di permutazioni consentite tra le sedici diverse posizioni e tutte le regolazioni del knee e dei tempi di attacco e rilascio.

Fig. 2 - Particolare dei controlli di soglia, attacco e rilascio
Fig. 2 – Particolare dei controlli di soglia, attacco e rilascio
Fig. 3 - Particolare del meter a LED
Fig. 3 – Particolare del meter a LED

In prova

Fare dei test comparativi tra le varie posizioni è rilevante solo agli estremi dei settaggi consentiti dal Trakker, ovvero passando dalle compressioni Hard a quelle Soft, oppure valutando l’effettiva differenza sonora tra un’emulazione Clean e una Vintage. Rimane costante per tutto ciò che segue la premessa d’obbligo: un emulatore, per sua natura, non può realmente simulare in toto il comportamento e la reale interazione di diverse macchine fisiche, essendo sostanzialmente un solo circuito che modifica il suo comportamento in base alle regolazioni; nel mondo reale le variabili sono così tante e sensibili che l’interazione tra un preamplificatore e due diversi compressori vintage a monte, anche della stessa marca e modello, non porterà mai a risultati uguali, seguendo micro variazioni fisicamente irriproducibili con un solo circuito. C’è un’altra difficoltà generale per realizzare delle comparazioni efficaci nel caso del Trakker: la soglia cambia in modo dipendente dai settaggi imposti dall’algoritmo; ottenere la medesima quantità di compressione cambiando algoritmo richiede una nuova taratura, cercando la quale inevitabilmente si perdono i riferimenti con la situazione precedente. Come se non bastasse, il cambiamento dell’algoritmo provoca un mute del sistema: è dunque impossibile effettuare cambi al volo durante una sessione di registrazione. Da queste peculiarità si evince come il Trakker vada considerato essenzialmente una macchina da mix o da postproduzione, situazioni in cui è possibile sperimentare varie soluzioni senza fare danni. Neppure una profonda conoscenza di tutte le permutazioni possibili può essere di aiuto in registrazione, dato che il Trakker è talmente variabile da non consentire una previsione precisa dei risultati in anticipo. In posizione Hard il Trakker è un vero e proprio limiter, consentendo effetti di squash molto interessanti: grazie alla PWM il segnale non viene mai stravolto nelle sue componenti timbriche peculiari, unendo il vantaggio della compressione estrema alla sostanziale integrità del suono. Assomiglia molto a un 1176, conservando però profonde diversità per quanto riguarda il timbro generale, che è molto più trasparente. La posizione Soft è quella in assoluto più algida, e consente compressioni molto gentili ma meno efficienti sotto l’aspetto del contenimento dinamico: sembra la posizione migliore per la compressione di interi stem e, probabilmente, è la più efficiente per il mastering, sebbene con valori di Knee alti (adatti al contenimento di un intero mix meno che compatto) la compressione tenda a diventare un po’ aggressiva e difficile da tarare con precisione senza avere molta pazienza.

Fig. 4 - Stadio di alimentazione
Fig. 4 – Stadio di alimentazione

Le posizioni Optical sono molto simili tra loro, a parte la maggiore apertura della sezione Air, che è deliziosa sulle voci e sulle chitarre; la posizione Optical sembra invece ottimale per i bassi e per le batterie. Ottima soprattutto sui rullanti, che godono della compressione molto caratteristica e di un piacevole roll-off sulle superacute. In generale in questa modalità il Trakker tende ad assomigliare molto alle serie nobili di Urei, tipo gli LA-4 (Optical+VV), o all’LA-2 (Optical Air+V), ma in svariate altre posizioni assomiglia ad altrettante macchine storiche, senza rinunciare alla sua peculiare sonorità. Sempre in posizione Optical, con l’algoritmo Vintage VCA, molte sono le vicinanze con una serie di compressori che ho amato molto, tipo l’Eventide Omnipressor, il Valley People o le vecchie serie Drawmer. È difficile stabilire quanto questi algoritmi possano avvicinarsi a questi riferimenti, ma è certo che il Trakker suona in modo molto simile, riproducendo compressioni che non avevo ascoltato da tempo e che ho avuto il piacere di riassaporare in tutta la loro personalità ed efficienza. In posizione Clean il Trakker è la quintessenza della trasparenza: non aggiunge e non toglie niente, limitandosi a un eccellente lavoro di compressione pura. Nuovamente questo algoritmo è adatto al trattamento di suoni acustici, pieni di armoniche naturali, in cui il rispetto per la sorgente sia un obbligo. Questa è in assoluto la modalità che preferisco in registrazione, dato che ogni successivo intervento di compressione risponde in modo molto naturale alle sollecitazioni del programma e dei controlli. In tutte le altre situazioni, il Trakker si comporta in modo molto personale e spesso i risultati non sono affatto prevedibili, né per quanto riguarda i tempi di intervento, né per l’effettiva colorazione donata dalla compressione stessa. Se non si cerca una soluzione creativa, o se non si conosce ciò che entrerà nel Trakker (situazione quotidiana in fase di registrazione, in cui è facile trovarsi con materiale difficilmente prevedibile in anticipo) sicuramente i modi Clean sono i più sicuri e rendono pienamente merito al percorso del segnale eccellente realizzato da David Hill. In posizione Vintage è introdotta una sottile distorsione sulle armoniche pari, molto evidente, in progressione, alla presenza di segnali decisi, tipo bassi o chitarre elettriche, e qui i controlli per la regolazione della compressione (soprattutto il Knee) diventano armi letali se usati con poca conoscenza specifica: passare da una bellissima compressione creativa allo squash è facile, e in queste situazioni è consigliabile segnare i settaggi che già ci piacciono prima di spostare qualsiasi controllo di un solo millimetro. In posizione Vintage è molto interessante la colorazione ottenibile tirando un po’ il collo allo stadio di entrata: in questa circostanza specifica il suono tende a inasprirsi e a ingrossarsi, generando una timbrica che risulta molto rilevata nel mix (anche se meno fedele all’originale), quasi a riprodurre il tipico effetto dei trasformatori d’ingresso di un preamplificatore. Purtroppo il meter non segnala l’input level, per cui ogni regolazione in entrata deve essere affidata all’orecchio dell’utilizzatore, ma dopo poche sessioni manipolare questo overload diventa molto semplice, intuitivo e divertente. Le posizioni VCA emulano un tipo di distorsione armonica particolare, in modo specifico sui transienti veloci, e sembrano la soluzione giusta per i suoni percussivi, di qualsiasi natura essi siano. In generale queste posizioni, sempre in presenza di un certo sovraccarico in entrata, tendono a ingrossare il suono e l’effetto finale assomiglia in modo evidente agli storici LA-4 Urei: devastante su bassi aggressivi, stem di chitarre elettriche, percussioni, su tutte le batterie e su alcune chitarre acustiche da rendere (o da conservare) molto rock. In questa situazione la compressione diventa un fattore veramente secondario, tanto il suono del Trakker diventa personale, aggressivo e potente. In realtà non c’è alcun limite all’uso di questa macchina spaventosa, a parte l’impossibilità di predire in modo ragionevole i risultati a priori, se non in modo Clean.

Fig. 5 - Vista d’insieme dell’interno
Fig. 5 – Vista d’insieme dell’interno

La sua complessità richiede una curva di apprendimento lunghissima, e talvolta aggirarsi tra le infinite combinazioni offerte dal Trakker può diventare molto pericoloso se non si hanno tempi dilatati a disposizione e molta carta disponibile per segnare con attenzione i settaggi che ci sono piaciuti. Proprio in quest’ottica è difficile consigliare il Trakker a chi ha bisogno di certezze, di registrare in fretta e senza sorprese, mentre è una macchina strabiliante per chi sa cosa cerca e non ha molti limiti in generale per ottenerlo. Questa è la vera, sola pecca del Trakker: nel tentativo di offrire molte combinazioni si è persa una certa logica nella distribuzione dei vari caratteri, mescolando le opzioni relative alla pura compressione (Hard, Soft) a quelle dei caratteri uniti alle particolarità timbriche (Optical, Optical Air), assieme a nuove selezioni (Vintage, Vintage VCA) che nuovamente riguardano la compressione e il timbro, generando una ridda di interpretazioni circa il vero comportamento della macchina che vengono poi puntualmente smentite dallo spostamento anche minimo di uno dei controlli rotativi. In registrazione il suo comportamento può cambiare se, ad esempio, un musicista inizia a suonare in modo solo un poco più deciso rispetto a quando il Trakker è stato impostato e, data la sua impressionante personalità, ci si può trovare a fare i conti con una traccia non tanto eccessivamente compressa, ma colorata e caratterizzata in modo indelebile oltre le nostre aspettative. D’altro canto passare da un Character all’altro con disinvoltura è l’unico modo per non capire affatto cosa si può veramente fare con questo mostro, dato che le regolazioni generali hanno comunque bisogno di essere continuamente ritoccate per adattare la compressione al timbro che desideriamo. Nella maggior parte dei casi la distinzione tra diversi tipi di Character è talmente sottile da risultare quanto meno inutile, dando la sensazione che l’energia spesa per ruotare il selettore non serva ad altro che a far cambiare il colore del LED di segnalazione, fino ad imbattersi in una combinazione apparentemente uguale alle altre che invece cela il suono perfetto che stiamo cercando. Con una macchina così il solo limite è la sorgente, l’idea del suono che intendiamo ottenere e il tempo concesso per trovarlo: con un po’ di pazienza si può comprimere un suono contenendolo e basta, portandolo in faccia, schiacciandolo in modo aggressivo e contemporaneamente rispettandolo nella sua peculiarità fino a stravolgerlo nel modo più innaturale, sempre rendendogli giustizia fino in fondo.

Fig. 6 - Particolare del controllo Gain
Fig. 6 – Particolare del controllo Gain

Conclusioni

Valutare il Trakker suggerendo un possibile (o preferibile) utilizzo finale è un’impresa sovrumana: non esiste realmente un uso in cui il Crane Song non sia altamente competitivo, in qualsiasi applicazione in cui sia necessario usare un compressore. Oserei dire che, dal punto di vista della pura creatività, la compressione è quasi un aspetto secondario, dato che non ho mai sentito questa macchina trattare il suono in modo meno che eccellente. Il suo vero segreto è nella variegata complessità che offre all’utilizzatore, che può trovare suono, compressione, carattere e contenimento dinamico in una sola unità, senza bisogno di molto altro. Per contro la sua complessità lo rende talmente versatile da richiedere una profonda conoscenza basata sull’esperienza e sull’apprendimento empirico della sua funzionalità, dunque assai poco adatto a situazioni in cui sia necessario, semplicemente, comprimere un suono. La sua sensibilità per quanto concerne i controlli lo rende una macchina essenzialmente da mix, sebbene possa essere usato in modo molto efficace in registrazione in studi dove si trattino generi musicali molto omogenei. Sicuramente la qualità massima è degna di qualsiasi situazione, dallo studio commerciale al project studio fino ad arrivare all’home recording molto avanzato. Per chi ha molto tempo e altrettanta creatività a disposizione il Trakker è sicuramente l’arma definitiva per affrontare (e comprimere) tutti i tipi di musica, in qualsiasi situazione essa si possa presentare.

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