Esistevano gli artisti di professione.

BS_2011_005-242x300La tecnologia era costosa e le conoscenze delegate alle esose ed elitarie scuole e ai libri, spesso rari, ancora più difficile era entrare “a bottega” dai maestri.
Ora tutto il mondo invece conosce il segreto: chiunque può creare il proprio film, la propria musica, la propria arte. Alcuni professionisti girano in strada con il fegato viola (basti pensare agli studi di montaggio che si sono visti soppiantare molto lavoro da ragazzini con macchine da 1k euro, gli studi di registrazione, i fotografi), ma fermiamoci un attimo a ragionare.
Il vero artista, colui che di creatività ne ha “da vendere”, o meglio colui che di arte ci campa, ha ora a disposizione una tavolozza di colori immensa, possibilità di espressione infinite, e soprattutto richiamabili, memorizzabili, perfino replicabili e guarda un po’, a bassissimo costo. Guardacaso: proprio la stessa, identica tavolozza che ha un ragazzino con il suo laptop.
Ora facciamo un esempio pratico, per ragionare: tutti possono produrre arte – eureka! – ma non tutti hanno un livello culturale alto, quindi verrebbe (ma già se ne vede e sente in giro) prodotta arte mediocre. Ci troveremmo al centro di un mondo pieno di arte mediocre, un mondo mediocre, insomma, visto che l’arte è un riflesso delle esperienze e dello studio e, non di meno, diventerà con il tempo un riflesso della società stessa. Bel problema.
La soluzione alla mediocrità, a parer mio, si trova superando un primo ostacolo che aliena molti di questi artisti improvvisati: la solitudine. La tecnologia può indurre uno stato di aberrazione dei processi creativi: “ho a disposizione tutto quello che mi serve per creare, quindi posso farlo da solo”.
No.
Qualcuno, quel particolare compito (ad esempio il mix di un disco) lo farà sicuramente meglio di te, quindi condividi l’idea con qualcuno di cui ti fidi e lavoraci insieme, oppure impara, trova un maestro e ruba, ruba tutto quello che può insegnarti, ma a quel punto avrai comunque bisogno di altre figure.
Un secondo problema pervade questo strano luogo utopico che chiamo tecnotopia: l’insaziabilità. Le novità tecnologiche ci rubano più tempo di quanto ne vorremmo dedicare alla creatività stessa. Sarà importante saper dosare le proprie energie: tot per l’aggiornamento e l’apprendimento degliausili tecnici, tot per studiare, giocare, creare, produrre.
Nascerà mai una società completamente eterogenea, dove ogni essere umano avrà libertà creativa, usando le tecnologie che preferisce, ascoltando la musica che preferisce, senza alcuna logica di mercato o obbligo oppure moda? Evolverà una sorta di arte democratica (no, non è politica questa), dove le essenze della
creatività spiccheranno, potranno mettersi in luce autonomamente, senza l’ausilio, ad esempio, di una colossale casa discografica con un altrettanto colossale
ufficio stampa. Sarà arte fatta da persone, e meno prodotta da una industria.
Sarà un processo lungo, se avverrà, perché il timore di cambiare, il pachiderma lento e abitudinario all’interno di noi stessi, ci metterà tempo a comprenderne l’evoluzione.
Ma anche in tecnotopia gli artisti esisteranno.

Questo Editoriale è presente in Backstage – La rivista dello show business – Ottobre 2011