Apertura

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PRO

Suono personale

Compressione delicata e gestibile

Versatilità

Eccellente delle modalità semiautomatiche

CONTRO

Preamplificatori con step di 6 dB

Il 1969 è un preamplificatore compressore stereo che può essere usato in configurazione dual mono. Le principali differenze rispetto al modello 1960 sono una maggiore chiarezza e pulizia generale e l’aggiunta di due preamplificatori di nuova progettazione, mentre è mantenuta la struttura valvolare del progetto. I preamplificatori sono indipendenti e precedono uno stadio di compressione valvolare linkabile. È implementata un’entrata DI per gli strumenti, collocata sul pannello frontale e chiamata Auxiliary Input (2 MΩ), con due diverse sensibilità d’ingresso (la posizione high gain introduce un boost di 10 dB). L’entrata Auxiliary ha due shelving passivi per le basse e le alte, rispettivamente a 40 Hz e a 16 kHz (disegnati per riprodurre il comportamento dei controlli da amplificatore, inseribili con uno switch) e un’opzione Bright, che attiva uno shelving di 10 dB a 2 kHz. Tutto è progettato per assomigliare il più possibile allo stadio d’ingresso di un classico amplificatore da chitarra, compresa la preamplificazione, che è realizzata con una 12AX7 (ECC83) capace di introdurre tutta la distorsione desiderata in ingresso. Il gain della sezione Aux è di 30/40 dB, a seconda della posizione dello switch Hi/Low Gain.

Hardware e controlli

I due preamplificatori sono realizzati con opamp Burr Brown (INA103KP) e permettono 66 dB di guadagno a step di 6 dB, fornendo i consueti controlli di Phantom Power e inversione di fase, indicati da due led dedicati, oltre al controllo sul filtro passa-alto (Off, 50 o 100 Hz). Un led rosso accanto al Gain offre la lettura del clip, ma non è possibile sapere quanti dB prima della distorsione inizi a lampeggiare. L’entrata del compressore è selezionabile da un controllo rotativo che comprende Aux, Line (20 kΩ), Mic (150-600Ω) e Mic con Phantom. L’impedenza di uscita è 50 Ω mentre l’headroom è di 22 dB, su una banda passante di 10 Hz-22 kHz.

Fig. 1 - Regolazione automatica della ratio
Fig. 1 – Regolazione automatica della ratio

Il rumore indotto è -95 dB in bypass, -85 dB per il segnale di linea e circa -130 dB sull’entrata microfonica; la distorsione è minore dello 0,01% in Bypass e minore dello 0,35% in modalità Normal. I due compressori, identici come controlli e funzionalità, sfruttano una circuitazione semivalvolare (una ECC83 accoppiata a tre Analog Devices OP275).

Sono presenti i controlli relativi alla Threshold (da infinito a -30 dB) e due settaggi per attacco e rilascio, numerati da uno a sei; tradotto in tempi, l’attacco offre le sei possibilità rispettivamente di 2, 8, 15, 25, 30, 50 ms, mentre il rilascio corrisponde a 100, 500, 1000 ms nelle posizioni da uno a tre, cui vanno aggiunte due posizioni semiautomatiche Signal Dependent (la quattro e la cinque, rispettivamente da 200 a 2000 ms e da 500 a 5000 ms), mentre la sesta posizione è totalmente automatica (da 1 a 10 secondi). Il sensing è JFET, più lento di un normale VCA ma più reattivo di un optometrico. È bene notare che i tempi di attacco sono modificati dalle posizioni Signal Dependent del rilascio e che dunque in questa modalità i tempi diventano puramente indicativi, con un sistema che si suppone sia simile a quello del nobile Fairchild 670. Ultimo controllo disponibile per la compressione è il Gain d’uscita (+/- 20 dB), che agisce non solo sul compressore ma bensì su tutto il percorso del segnale, preamplificatore compreso.

Fig. 2 - Pannello posteriore
Fig. 2 – Pannello posteriore

Quando i compressori sono in link, il primo va a comandare sul secondo, sostituendone i controlli. La ratio non è compresa ed è calcolata col sistema Soft Knee in modo dipendente rispetto alla posizione della soglia: più alto è il livello del segnale in ingresso, più si interviene sulla soglia e il compressore devia maggiormente verso un comportamento hard knee, aumentando così la Ratio stessa. Il pannello frontale è completato dai VU, capaci di mostrare il livello d’uscita o la Gain Reduction separatamente per i due canali: il monitoring offre l’opzione Bypass, Normal e Sidechain Listen.

I due canali possono essere utilizzati in link stereo con l’aggiunta dell’opzione Big, che inserisce un passa-alto a 100 Hz sul sensing JFET: in questo modo le basse frequenze influenzano meno i sensori, la compressione risulta più blanda e meno stimolata dalle basse frequenze, evitando così fastidiosi effetti di pumping generati dall’energia in fascia bassa. Sul pannello posteriore trovano spazio due entrate di linea, due entrate microfoniche e due uscite su XRL bilanciato; sono presenti due insert point separati per ogni canale (+4 dBu e -10 dBu, posizionati prima del compressore) oltre a due ingressi Sidechain, attivabili mediante uno switch collocato ai lati dei VU meter.

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1211D1 01 Chitarra acustica flat

1211D1 02 Chitarra acustica compressione media 4 dB, Atttack 5, Release 4

1211D1 03 Drums flat

1211D1 04 Drums, compressione media 3 dB, Attack 5, Release 1

1211D1 05 Bass flat

1211D1 06 Bass, compressione media 6 dB, Attack 6, Release 5 con Big

1211D1 07 Vox flat

1211D1 08 Vox, compressione media 3 dB, Attack 4, Rel 4

In prova

Il Drawmer 1969 è una macchina molto simile al 1960: ne richiama il sapore colorato, personale e deciso, ma al contempo svela un’anima profondamente diversa, più aperta, brillante e più corposa in basso. Fare dei raffronti potrebbe essere ingiusto, visto che il 1969 è un’evoluzione del 1960, ma la celebrità dell’avo impone qualche confronto che potrà essere utile soprattutto a chi intende fare un passaggio dal suono british, medioso e perforante del vecchio Drawmer a una macchina sostanzialmente più equilibrata. Non ho gli strumenti per sapere se il 1969 sia veramente figlio di una richiesta specifica, ma posso senz’altro dire che rappresenta uno step più equilibrato, uniforme e universale rispetto al suo predecessore che, dalla sua, ha una personalità indubbiamente più spiccata.

Fig. 3 - Interno: canale Aux con la valvola ECC83
Fig. 3 – Interno: canale Aux con la valvola ECC83

Se il suono del 1960 non vi piace, probabilmente quello del 1969 vi farà impazzire: io ho amato particolarmente il 1960 e la pasta del 1969 è un passo in avanti verso una universalità di cui sentivo il bisogno: credo che in fondo sia proprio questo ad aver convinto Drawmer a produrre un erede del suo storico prodotto. Il suono del 1969 è enormemente Burr Brown, con i pregi e i difetti legati al gusto personale di chi lo usa: suono vellutato e molto aperto in ogni circostanza, anche quando l’ingresso è spinto oltre il limite, consentendo tuttavia alla distorsione di non compromettere la definizione. I preamplificatori sono più silenziosi e sono adatti anche ai microfoni a nastro più asfittici.

Fig. 4 - Interno: al centro la sezione valvolare dei compressori
Fig. 4 – Interno: al centro la sezione valvolare dei compressori

In ogni situazione, anche la più estrema, è difficile sentire il rumore prodotto dal 1969, a patto di non esagerare con il Gain in uscita della sezione valvolare. La sezione di preamplificazione del 1969 è deliziosa sulle voci, sulle chitarre elettriche e sugli overhead delle batterie, mentre lascia a desiderare sulle chitarre acustiche, non consentendo una ripresa svincolata dalle incorruttibili medie che restano sempre in primo piano. Si tratta di gusto personale e di necessità legate al tipo di musica da registrare: in uno studio commerciale non sempre si trova la musica giusta per le attrezzature fortemente caratterizzate, ma ciò non toglie che in uno studio più personalizzato certe particolarità possano essere cercate con decisione.

L’unico appunto riguarda gli step di 6 dB in entrata i quali, sebbene compensabili con il gain d’uscita, sono veramente troppi per consentire un controllo efficiente e preciso in situazioni delicate, come la ripresa degli overhead di una batteria o di una sezione d’archi, o in generale in tutte le circostanze nelle quali livello d’entrata è molto deciso o particolarmente esposto alle variazioni dinamiche dell’interprete. La sezione Auxiliary è molto utile, ma forse anche meno fruibile se confrontata con macchine dedicate in modo specifico alla preamplificazione di strumenti elettrici: sebbene sul mio vecchio Rhodes abbia fatto fuoco e fiamme, portare il segnale alla saturazione è un po’ difficile.

Fig. 5 - Particolare del toroide nella sezione di alimentazione
Fig. 5 – Particolare del toroide nella sezione di alimentazione

È tuttavia altrettanto difficile parlare di questa macchina come un progetto lineare, il che potrebbe essere inquietante per chi possiede uno strumento la cui timbrica vada rispettata fedelmente. Il pre della sezione Aux è formidabile per le tastiere in generale, anche se purtroppo l’unità dispone di una sola entrata, rendendone impossibile questo utilizzo su strumenti stereofonici: è un limite perdonabile, ma che lascia un desiderio non esaudito. I compressori sono efficienti, aderenti al programma ed eccellenti per imporre un carattere deciso alla riduzione dinamica senza mai imprimere artefatti sgradevoli, a patto di usare sempre tempi d’attacco relativamente lunghi. Senza scomodare il sidechain, con il quale ognuno potrà fare gli esperimenti più vari, la compressione del 1969 è creativa, pulita, aggressiva e abbastanza rispettosa allo stesso tempo, sebbene il paragone con il Fairchild celato tra le righe del manuale d’istruzioni sia esagerato.

Fig. 6 - Particolare della sezione valvolare  di compressione: chiaramente visibili,  oltre alla valvola, i tre Analog Devices OP275
Fig. 6 – Particolare della sezione valvolare
di compressione: chiaramente visibili,
oltre alla valvola, i tre Analog Devices OP275

Come compressore mono è uno tra i miei preferiti. Come unità per la compressione dei bus è eccellente e riflette molto del carattere dell’S3. È impossibile far passare uno stem percussivo attraverso 1969 facendolo suonare peggio: in questo particolare utilizzo i Drawmer hanno ancora molto da insegnare alla concorrenza. A differenza dell’S3, trovo che il suono generale del 1969 sia più equilibrato e la compressione è più gestibile. Se desiderate un timbro british, basta spingere il gain: ecco che il suono arriva in faccia, perforando i mix più caotici. Se invece ricercate un timbro vellutato, allentate le redini e sfruttate i programmi automatici di compressione di cui il numero quattro è il mio preferito, poiché unisce dolcezza in attacco ed efficienza, funzionando così bene che alla fine ero riluttante persino a toccarlo. Se volete una macchina violenta, è sufficiente spingere la compressione al limite usando la funzione soft knee, mentre se preferite un contenimento dinamico che vi faccia stare tranquilli in registrazione basta adottare un preset semiautomatico e dimenticarsi di avere un compressore a monte. Il giudizio è eccellente.

Il 1969 è talmente anglosassone che non posso che dire excellent.

Conclusioni

Non c’è un campo in cui il 1969 non sia una scelta condivisibile: dai bassi alle voci, passando per tutti gli strumenti acustici che necessitano di una spinta rock. Proprio nel rock e nel pop il 1969 è una macchina praticamente insostituibile, denotando la sua indole colorata e inglese che riesce a infondersi con eleganza in tutta la vostra musica, senza prenderne il controllo. Il prezzo sarebbe ottimo anche per una solo channel strip di questa qualità, ma Drawmer ha deciso di darcene ben due, indipendenti o linkabili.

Con queste premesse non c’è studio commerciale o privato che non debba per lo meno prendere in seria considerazione l’acquisto di questo capolavoro, che ripagherà ogni aspettativa già alla prima registrazione.

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