BS_2012_003_cop_0011 Un grande appassionato di sensi, sommelier, dj, ottimo cuoco, musicista (a tempo perso) e mente affascinante, studiava con me all’università. Passavo a trovarlo a casa sua; vicino una spiaggia sull’adriatico, diventammo ottimi amici. Spesso prendeva una boccetta a caso tra una decina, la apriva e me la faceva annusare: ”cos’è?” Beh, diciamo che il mio olfatto non era così allenato e se per caso ci prendevo era pura fortuna. Le boccette che mi sottoponeva erano piene di oli essenziali: basi per la creazione dei profumi.

Parlavamo della relazione tra i sensi e a volte è balenata l’idea che esistessero frequenze anche per riconoscere l’olfatto e il gusto, proprio come per la vista e l’udito, lo hanno pensato anche altri.

Idea forse infondata per il gusto: possiamo riconoscere solo i cinque gusti fondamentali, ma c’è un certo legame alle onde: il professor Alfredo Fontanini, coordinatore del laboratorio di Neurobiologia e Comportamento della State University of New York a Stony Brook, parla di “suono del gusto”.
In pratica, ogni volta che incontriamo uno stimolo (il test in laboratorio è stato fatto con stimoli sonori) che anticipa il gusto, la nostra corteccia gustativa si attiva in anticipo. Entusiasmante sapere che potremmo avere una incredibile voglia di dolce ascoltando una canzone di… Zucchero!

Per quanto riguarda l’olfatto, tutto nacque da Malcolm Dyson, nel lontano 1937, teorie poi riprese dal canadese Robert Wright «Perché – si chiedeva Wright negli anni ‘50 – una molecola di etanolo (CH3CH2OH) ha una forma così simile all’etantiolo (CH3CH2SH), eppure un’odore così diverso? Perché non esiste vodka, in nessuna concentrazione alcolica, che puzzi di uovo marcio?» Questo per arrivare a Luca Turin, biologo italoargentino che dal 1996 porta avanti la sua teoria che lega i profumi all’analisi vibrazionale; lui afferma che noi riconosciamo gli odori analizzando la frequenza (vibrazione) che la molecola emette. La teoria è controversa e non globalmente accettata, ma a noi piace sentirla così, vibrante!
Le applicazioni degli odori nello spettacolo, con successi e insuccessi, sono state promosse da molti artisti, l’odore nei film, ad esempio, è nato ben prima del suono. Esistono documenti che parlano, già nel 1906, dell’utilizzo degli odori in sincronia con l’immagine. Nel 1938 un certo Laube creò Scentovision, un sistema di tubi che arrivavano di fronte alle sedute in platea attivati da un controller; ne parlò anche il New York Times, ma nessuna casa di produzione cinematografica accolse l’idea, se non qualche anno dopo. Il Paramount’s Rialto Theater a New York aveva anche un curioso impianto dal soffitto per spruzzare profumi alla platea (chissà all’uscita i vestiti di cosa odoravano?). Anche Walt Disney provò l’uso dei profumi per Fantasia, nel 1940, ma rinunciò a causa dei costi.

machine_smellovisionAnche General Electric ci provò con Smell-O-Rama, nel 1953, ma uno dei più famosi fu Smell-O-Vision, che Todd Sr. ideò insieme a Laube, lo stesso di prima, per il famoso film da lui prodotto “Il giro del mondo in 80 giorni”. Il costo per allestire una sala con questo sistema (simile allo Scentovision) era, tradotto oggi, tra i 120000 e gli 8 milioni di dollari. Nel 1959, il film Behind The Great Wall, diretto dall’italiano Carlo Lizzani, utilizzò un sistema concorrente, che si basava sull’impianto di condizionamento: si chiamava AromaRama. Il sistema era velocissimo, in due secondi arrivava e nello stesso tempo decadeva l’odore. Altri esperimenti sono stati fatti con l’Odorama, ovvero un tesserino che, durante Polyester, pellicola cinematografica dell’81, doveva essere grattato in alcuni punti del film per odorare 10 “fragranze”: rose, flatulenze, colla per modellini, pizza, benzina, puzzola, gas naturale, macchina nuova, scarpe sporche e per fortuna un lieto fine: deodorante.
Alcune tecnologie sperimentano anche la creazione di odori “da scrivania”: iSmell, AromaJet, P@D, Olly, è addirittura disponibile un formato XML per la trasmissione codificata di odori. Nel 2010, la University of California ha creato un dispositivo per la creazione dei profumi tanto piccolo da entrare nel retro di una tv. Esiste anche uno strumento musicale: Olfactiano! Per non parlare dei concerti “profumati”: ricorderemo Jovanotti, nel 1999 o Katy Perry, dal tour del 2011.
C’è un odore, che invece esisteva nei concerti e ora non c’è più: il fumo di tabacco, sostituito da quello di sudore, e non è altrettanto piacevole: perché non profumare gli spettacoli?
La maggior parte delle trovate però non ha avuto mai successo globale, né milionari; poco “fiuto” negli affari forse.

Questo Editoriale è presente in Backstage – La rivista dello show business – Giugno 2012