Gli spettatori stanno cambiando, la visione wagneriana dell’evento (lo spettatore seduto si gode lo spettacolo) sta sbiadendo a favore di un coinvolgimento fisico e intellettuale attivo. Non più solo cantare a squarciagola o battere le mani. Attivo come i braccialetti Xyloband (nati con i Coldplay), dove è possibile controllare l’accensione, spegnimento e la frequenza dello strobo, ma anche il QR-Code, usato ad esempio al Magnolia, un locale di Milano, dove il fotografo scatta e proietta le foto con un QR-Code, i clienti potranno così scaricare e taggare le immagini su Facebook. Attivi come i tweet che promuovono gli eventi e altri tweet che li commentano in tempo reale. Mentre nel 1800 si voleva far piombare lo spettatore nell’illusione, ora è il pubblico che vuole prenderne parte attiva. Pensiamo ai telespettatori: da alcune analisi il 66% degli italiani è opinionista virtuale: invia commenti sulla trasmissione che sta guardando attraverso il computer, lo smartphone o il tablet. L’utente diventa liquido.

Possiamo anche citare il cinema, per capire un po’ l’evoluzione dell’interazione: l’uomo, in maniera naturale, tende a far parte dell’illusione che osserva: in un film del 1902: Uncle Josh at the moving picture show di Edwin S. Porter, un uomo va al cinema e scambia l’illusione per la realtà cercando di interagire con le immagini proiettate sullo schermo, simili sensazioni vengono raccontate da Georges Méliès in La lanterne magique. Oggi, dopo 100 anni, siamo talmente pratici dell’illusione che prima o poi sapremo anche viverla.

Ora gli spettatori sono in grado di interagire veramente, scattandosi una foto e pubblicandola sui maxischermi (Es. tour di Tiziano Ferro) oppure giocando con i palloni gettati tra il pubblico, o magari, come nei flash mob, creare lo spettacolo nello spettacolo, spesso senza che gli artisti ne sappiano nulla. Il videogame diventa reale, ma rimane un gioco.

Senza parlare del gaming: Kinect e Wii hanno rivoluzionato completamente l’approccio sensoriale alle materie ludiche.

Marshall McLuhan (sociologo) affermava che «i media, modificando l’ambiente, evocano in noi rapporti unici di percezione sensibile. L’estensione di qualche senso modifica il nostro modo di agire e di pensare, il modo in cui noi percepiamo il mondo. Quando questi rapporti mutano, mutano gli uomini». Grazie a queste “estensioni” la nostra percezione dello spazio viene modificata e cambia quindi il modo di relazionarsi con esso e con le persone che lo vivono.

Anche nelle Olimpiadi appena trascorse abbiamo visto una interazione curiosa: le pixel tablet sugli spalti, che tutti gli spettatori possono maneggiare, creando volumi collettivi mobili, colorati e spettacolari. Pensiamo ad una ola luminosa (ne saprete di più all’interno della rivista).

Ci stiamo dirigendo verso lo spettacolo democratico, dove forse gli spettatori stessi decideranno il finale o ne creeranno uno ex-novo. Nel bene o nel male,  questa si chiama evoluzione.

 

All the world is a stage, narrava Shakespeare in As you like it:

Il mondo intero è un palcoscenico,

e tutti gli uomini e le donne semplicemente attori:

hanno le loro uscite di scena e le loro entrate in scena. […]

 

Questo Editoriale è presente in Backstage – La rivista dello show business – Ottobre 2012