Strumento di identità, di informazione, di convinzione. La voce dice molto più di quanto pensiamo, dice molto più delle parole. Nel parlato si percepisce quanto di pertinente o ridondante c’è nell’affermazione, a differenza di gesti o espressioni.

La voce ci racconta anche l’età anagrafica, lo stato emotivo, la sicurezza o insicurezza, il sesso; ogni essere umano ha una voce talmente personale che viene spesso usata anche come controllo di sicurezza o identificazione (come l’iride o l’impronta digitale).

Sappiamo bene essere uno strumento prezioso nel marketing, può garantire una corretta fruizione dell’informazione e può determinare successi ed insuccessi. Conosciamo bene, nel nostro campo, le caratteristiche della voce (tonalità, intensità, timbro e durata), talmente bene che grazie a macchine “voice emotions recognition” possiamo estrarre notevoli informazioni dalla voce, compresi gli stati emotivi! La voce è sempre anche interpretata, soprattutto religiosamente, come “la luce”, oppure “il verbo”, che tradotto dalle antiche scritture letteralmente sarebbe “il suono”, la vibrazione che generò l’universo, ma non scomodiamo né santi né scienza.

La voce è di importanza vitale nello spettacolo, parlata e cantata, e spesso se ne può dimenticare la dovuta attenzione. Pensiamo ad esempio al tipico missaggio “rock” comunemente inteso (soprattutto per noi italiani), dove la voce è “dentro”, che tradotto significa essere a minor volume, livellata con altri strumenti.

Certo può essere chiaro che “dentro” possa voler dire missare la voce a 4-6 dB meno della somma musicale visualizzabile nel VU meter, tecnica molto usata oltreoceano perché dona una certa piacevolezza all’ascolto.

In questo caso, a volte, le parole non vengono neanche percepite dal pubblico; questo è dovuto principalmente a una scelta artistica di non dare troppa importanza ai testi, che sono magari noiosi o non necessari, ma darne maggiore alla melodia.

Quello di cui dobbiamo parlare però non sta né “dentro” né “fuori”, si chiama Intelligibilità. La capacità di comprendere le parole all’interno di un brano, o anche, cambiando esempio, di ascoltare la voce che annuncia il prossimo treno in una stazione rumorosa non è dovuta al volume, al livello percepito, bensì alla intelligibilità della voce.

Intelligibilità significa “capace di essere compreso dalla ragione”, ma come si raggiunge una buona intelligibilità di una voce?

Esistono vari indici per verificarla negli ambienti, uno dei più usati è l’STI (Speech Transmission Index); questi sono ottimali per calcoli di intelligibilità in locali, venue, teatri, mentre all’interno di un brano la cosa si fa alquanto complessa. Non c’è una regola o misura generale e tutto è deputato al buongusto, alla qualità dell’arrangiamento e della registrazione e alle scelte artistiche.

Spesso (penso a molte band del progressive e post rock) la voce viene caricata di effetti per diventare innaturale, altre volte è l’emissione vocale a mascherarne la comprensione (ad esempio nella lirica o, strano ma vero, nel death metal), in questi ultimi casi, la bravura degli artisti è proprio nell’abilità di modificare la forma del tratto vocale con facilità e precisione, aumentandone quindi l’intelligibilità. Naturalmente questa è una conditio sine qua non per ogni cantante che si rispetti.

Dal vivo, la scelta del microfono e il controllo dello stesso sono pratiche fondamentali a cui ogni cantante, su supervisione e consiglio del fonico, dovrebbe lavorare molto. Il lavoro del fonico dovrebbe basarsi su di un lavoro di controllo dinamico dei picchi e delle imperfezioni di emissione tramite un compressore dinamico, un controllo di equalizzazione per mantenere un corretto rapporto tra formante, vocale e consonanti/sibilanti e un abbellimento spaziale tramite delay-riverberi (senza mai esagerare, c’è sempre il rischio di portare la voce troppo lontano). Naturalmente questi consigli vengono meno in caso di lavorazioni più artistiche.

Un’ultima analisi naturalmente va fatta nei confronti dei cantanti rap, che pretendono di utilizzare il microfono coprendo completamente la capsula con la mano: l’effetto prossimità aumenta a dismisura, tutte le caratteristiche polari vengono meno e i compressori lavoreranno seguendo la dominante in bassa frequenza, il più delle volte carica anche di rumori meccanici e o rombi imprecisi.

Non credo ci sia bisogno di cambiare il loro atteggiamento sul palco e lo stile di canto (anche se sarebbe auspicabile), ma con alcuni accorgimenti, come un microfono con basso effetto prossimità e un buon passa-alto o meglio un eq prima dell’ingresso al compressore potranno risolvere tanti problemi.