di Lorenzo Ortolani

Dal momento in cui ho fatto da spettatore a Turing – A staged case history, a cura di Agon, che troverete in questo numero, ho pensato sia fondamentale soffermarsi su alcuni temi.

Facciamo un piccolo preambolo: nel 1982 Howard S.Brecker pubblicò un saggio intitolato Art Worlds. Il sociologo nel suo lavoro parte dal presupposto che l’opera d’arte non è frutto di un individuo (artista), ma fa parte di un sistema sociale in cui lui è semplicemente uno degli attori. Non è necessaria solo una idea, per creare un’opera, ma c’è bisogno di materiali, strumenti, strutture di supporto. Perché esista come “opera d’arte” c’è bisogno di qualcuno che la apprezzi e di un sistema filosofico che la giustifichi come arte. Ogni attività artistica, oltretutto, ha bisogno di una certa formazione, che sia individuale o accademica ed è necessario un ordine sociale che la renda possibile. Tutto questo è definibile “mondo dell’arte”. Se manca uno dei suddetti fattori, naturalmente può esistere comunque l’opera d’arte, ma sarà priva di qualche passaggio: il “mondo dell’arte” quindi influenza l’opera stessa, continuamente.

Nello specifico, l’opera teatrale messa in atto da Agon è una innovazione se vogliamo, una sperimentazione delle tecnologie come materiali, strumenti, strutture di supporto e come ausilio della narrazione,  in questo caso biografica, usando le tecnologie stesse: le invenzioni di Turing vengono interpretate, magari usando altri sensi (suono che diventa video, algoritmo che diventa musica..) per definire la storia.

La vicinanza tra arte e scienza è argomento di dibattito soprattutto dagli anni ’60, quando l’arte inizia, mondialmente, ad appropriarsi dei media, dall’oggetto di consumo ai mezzi del consumo; uno su tutti, John Cage, che amava dibattere sulle teorie di McLuhan secondo cui “il medium è il messaggio”.

Ora, come allora, questo dibattito è vivo ed è necessaria una completa e rinnovata forma mentis. Bisogna essere, per un attimo, concentrati.

Il lavoro di Robert Lepage (regista, sceneggiatore, attore) verte in gran parte su questo, soprattutto con i progetti Ex Machina, dove le tecnologie sono adottate in maniera massiccia. Lepage afferma che la tecnologia non è altro che un modo per inventare nuove forme, come uno scultore sceglie la pasta da modellare, il marmo o il gesso, le tecnologie sono la stessa materia: “i nuovi strumenti, le risorse che ci sono oggi pongono una sfida su come raccontare le cose”.

In molte locandine, pubblicità, articoli leggiamo “l’imponente uso delle tecnologie”, gli “schermi di dimensioni inaudite” – quello di Ligabue era alto 400 metri secondo un TG, mentre Vasco ha voluto superare in altezza lo stadio Meazza, per par condicio – (ma non solo, anche la dimensione dell’amplificazione, l’intensità delle luci, il numero delle stesse). Sembra che globalmente “grande” o “tanti” sia sinonimo di “bello”, una sorta di estetica scalare, dove è fondamentale definire la grandezza per giustificare la spesa, la volontà di potenza o semplicemente: perché grosso è bello! Invece di soffermarsi sulla possibilità di intrattenere al meglio, di facilitare la lettura del racconto e di stupire gli spettatori (non necessariamente con la sagra degli effetti speciali).

Dobbiamo dimenticarci, tutti, dentro e fuori lo spettacolo, di vedere le tecnologie come uno strumento appiccicato allo show come una toppa, o una cornice, semplice esposizione, ma come parte dell’opera stessa.

Alcuni lighting designer e direttori della fotografia parlano dei proiettori come “pennelli di luce”, citando la forza drammaturgica della luce, il rapporto tra i colori, l’uso del buio e delle ombre. Queste sono ottime metafore per sviluppare un pensiero che punti più al messaggio che al mezzo.

Un artista non è altro che uno scienziato/artigiano (alla Svoboda) con tanta curiosità e fantasia.

 

Questo Editoriale è presente in Backstage – La rivista dello show business – Febbraio 2013