Di Gilberto Martinelli 

Gli ingredienti per crerare un’immagine uditiva

LO SPAZIO

Da anni gli studi sulla spazialità del suono a fini creativi si alternano tra criteri di ripresa e l’artificiosa elaborazione per la diffusione. Agire sulla primigenia del suono o modificarne la morfologia per crearne spazialità?

Giovan Battista Piranesi (1720-1778) l’architetto che per primo individuò il problema di spazialità sonora ad uso creativo

Sembra un problema attuale, ma il grande architetto Giovan Battista Piranesi (1720-1778) già se ne occupò approfonditamente intervenendo sull’architettura strutturale ma anche e soprattutto trattando gli interni di chiese e palazzi da lui disegnati. Lo stesso architetto soleva dire: “Il suono è un fenomeno misterioso in sé ma che illumina tutto il resto”.

Prima di affrontare questo spinoso problema e dar lustro alle parole di Piranesi, bisogna far chiarezza sul concetto primario di spazio e come pian piano diviene  spazialità se applicato alla disciplina dell’ascolto.Per facilitare la comprensione dello spazio è necessario intenderlo come un ambito nel quale possono accadere eventi. Iniziamo col considerare uno spazio limitato, in cui sono possibili degli spostamenti. L’evento sonoro va racchiuso necessariamente in un limite temporale e questo limite è nel tempo in cui l’evento si sviluppa. L’inscindibile relazione tra spazio e tempo porta ad analizzare il suono come elemento  contingente, che lascia chiari effetti nella nostra mente, ma che per essere analizzato richiede spesso più d’un ascolto.

L’evoluzione del suono di una voce in un ambiente chiuso

Ad esempio, se ascoltiamo un brano musicale registrato che consideriamo emozionante, anche ripetendolo suscita in noi tendenzialmente le stesse emozioni. Questa catarsi (dal greco Katharsis = espiazione, purificazione nel coinvolgimento) conferma che la risultanza di quello che ascoltiamo, è dovuta strettamente al momento dell’ascolto, con ridotto effetto degli eventi precedenti. Una breve parentesi va dedicata al termine “momento”, dal latino momentum: l’istante in cui si riconosce uno spostamento. Il termine tempo è invece piu indefinito, astratto e illimitato. Lo spazio è percepibile grazie ai quei fenomeni acustici (che si sviluppano comunque nel tempo), come riflessioni e riverberazione, che si aggiungono alla sorgente e che, una volta individuati nel loro spazio evolutivo, porteranno a definirne spazialità, ossia l’aspetto geometrico dello spazio che si svincola dal tempo, e che permette all’ascoltatore la collocazione dimensionale delle sorgenti sonore. Mentre lo spazio è una coordinata reale nell’ascolto, fisica, architettonica, la spazialità può essere registrata o ricreata virtualmente, cognitiva e sublimale. E’ molto importante delegare alla spazialità alcune caratteristiche che cominciano ad essere rilevanti al fine di una produzione, modellandone anche uno stile. La spazialità si crea con le prospettive, con gli ambienti, con la diffusione separata come la stereofonia e con effetti artificiali. Nella figura  sono descritte le qualità che contribuiscono a formare nella mente un’immagine uditiva dipendentemente l’una dall’altra.

Ognuna di queste caratteristiche è nominata in base all’esperienza di ascolto fatta e analizzata per anni da esperti del settore. L’uso, quindi, di tali aggettivi è da abbinarsi singolarmente alle particolari analisi fatte per ogni sua caratteristica. Riconoscerle prima ed interrazionarle poi è un esercizio che man mano configura un’immagine che abbiamo chiamato uditiva, ma che di per se ha a che fare con la spazialità e l’ambiente in cui siamo immersi.

I parametri che determinano la spazialità

Il trattamento della spazialità permette, con varie dosi di efficacia, di ottenere:

Temporalizzazione : Vale a dire una collocazione nel tempo: vicino, lontano o senza tempo. Ad esempio un suono asciutto, senza riverberazione, è piu nel presente, mentre quello intriso di riverbero si allontana nel passato. Quindi attraverso una complicata procedura virtuale applicata alla spazialità si ottiene un effetto percettivo che invece interessa il tempo. Quando in ascolto si riconosce questa caratteristica è buon esercizio capire come ci si  è arrivati.

Simbolismo : Può il suono simboleggiare? Ovviamente no, anche questa è un’attività che lasciamo fare al cervello su nostra provocazione. Si dà per assunto che una voce ancestrale sia immersa in un elegante e lungo tempo di riverberazione, oppure che una voce aspra sia tipica di un sentenziatore, oppure, come al cinema, una voce in un flash-back sia processata con un delay stretto e un riverbero intenso a coda corta. Ma chi ci ha detto che a questi suoni sono legati dei simboli? Un insieme di cause tecnico- storiche, e i condizionamenti dovuti alle esperienze d’ascolto prenatali, unite ad un’evidente efficacia empirica omologano questo legame causa-effetto.

Comunicazione : Già capire l’opportunità o meno di un effetto, o di un tentativo di modifica di un suono, è comunicazione. Chi ha lavorato ai fini dell’ascolto, come il tecnico del suono, non deve necessariamente comunicare, ma deve far in modo di evidenziare il contenuto quando è necessario secondo il creativo. La neutralità del fonico non preclude affatto la sua capacità di adoperarsi negli aspetti tecnici (diremmo estetici) secondo un proprio personale gusto. In fase d’ascolto è bene dividere quella comunicazione che trasporta il messaggio, da quella comunicazione che rende emotivo ed efficace il messaggio stesso, in questa seconda attività il tecnico del suono si cimenta.

Illusione della realtà : Non tutte le operazioni sul suono devono necessariamente essere riconducibili alla realtà. Molti effetti, spesso innaturali, aiutano nel trasporto verso una giusta espressione del prodotto. Laddove tutto questo è consentito, il tecnico può sbizzarrirsi con un’illimitata quantità di parametri, a volte davvero originali, che aiutano l’ascoltatore a separarsi dalla staticità del suono verso dimensioni più estese.

Parametri architettonici per l’immagine uditiva tipici di una sala concerto

Riassumendo possiamo dire che la visione spaziale di un prodotto si costruisce per gli scopi appena citati, ma si differenzia dal vero e proprio trattamento d’ambiente che resta vincolato alla naturalità dei suoni e alla prospettiva che li pone in piani differenti attraverso la dosatura dei livelli e dei collanti, che ne assicurano la generale omogenia.

Tutto questo può sembrare eccessivamente teorico e poco pratico, ma se non definiamo I parametri, non ne stabiliamo una corretta terminologia e non ne intuiamo le finalità, non possiamo adoperarci per una ricerca congiunta.

Queste tabelle ci aiutano a capire come il suono e la sua morfologia possono creare aspettative emozionali ben precise.

Il comportamento del suono in un ambiente ne determina l’intuizione dello spazio

Stabiliti questi requisiti linguistici vediamo a che punto sono le ricerche sul suono che richiede spazialità. Per antonomasia la spazialità equivale all’immagine, l’immagine uditiva. La cinematografia è il terreno più fertile e più bisognoso di ricerca per ottenere questa “apertura” sonora corrispondente all’ambiente reale.  Alcuni esperimenti hanno messo in condizione noi tecnici di capire quanto sia difficile rispettare I criteri reali di spazialità in relazione all’immagine per via della incompatibilità con I punti di vista che corrispondono all’inquadratura.

Ecco che il problema non è più tecnico ma concettuale. Stabiliti questi aspetti che rafforzano la componente connotativa del prodotto audiovisivo, la spazialità lascia aperte porte al momento invalicabili se non si associa ad una filosofia operativa unica che sia trasversale tra la ripresa e la diffusione.

E’ bene spiegare. Il fonico di presa diretta deve poter concepire lo spazio in relazione alla locazione reale in cui il soggetto, ossia la sorgente, è posto. A questo punto il termine esatto è “immerso”. In effetti, parlando di immersione, è facile concepire come il suono sia una somma di due componenti, il suono diretto e quello riflesso dall’ambiente circostante, che sia architettonico o che sia naturale. Qui nasce l’antinomio, se il dialogo al cinema deve essere mono, al centro, come possiamo intuire la spazialità? E se la spazialità si intuisce attraverso la multilocalizzazione come possiamo concepirlo in mono?

E’ un antinomio, dove una soluzione non esclude l’altra, e quindi non ci sono soluzioni se non postere, ossia affidate alla post produzione.

La spazialità quindi ha due letture, quella denotativa che ci lascia intuire in che ambiente siamo, è la morfologia del suono complessivo, e quella connotativa, ossia l’uso spaziale e creativo della componente diretta e riflessa che tende alla simbologia, all’effetto persuasivo e alla soggettività dei contenuti come mezzo di espressione.

Queste affermazioni finali dovrebbero mettere in condizione il lettore di aver capito definitivamente come spazio e spazialità abbiano nature ed usi diversi e possiamo tracciarne un epilogo più approfondito di quello iniziale: Lo spazio localizza il suono in un ambiente, la spazialità lo posiziona nella mente, è un esercizio cognitivo che fa parte dell’ascolto. Lo spazio è nel sentire, la spazialità è ascolto per la cui finalità è legittimato qualsiasi intervento artificiale purchè trasporti al sublimale un dato sonoro fisicamente identificabile.

Rimane il problema di incongruenza, ossia come lavorare quel suono che non corrisponde all’ambiente reale, è il caso dei teatri di posa ad esempio. Ma questa è una problematica da sviluppare separatamente e chef a parte della casistica.

Affronteremo invece molto presto gli elementi che determinano la spazialità che meritano una trattazione lunga e complessa come può intuirsi nella figura.

Ora ci siamo limitati a stabilire concetti e terminologie precise che permetteranno agli operatori del suono di catalogare suoni atti ad una interpretazione mirata ed efficace, dove non risulti finalizzato in ripresa e non risulti incompleto in postproduzione.

Nel panorama italiano il Gruppo Tematico di Cinematografia Sonora porta avanti questa discussione insieme al dipartimento DIET della Facoltà di Ingegneria di Roma “La Sapienza”, vertendo proprio su queste problematiche, con l’intento di unire gli sforzi tecnici e di ricerca all’uso creativo del suono, per non rimanere condannati ad essere definitivamente di supporto all’immagine.