Avvenne, nella seconda metà del 600, che Newton, fisico inglese, dimostrò la composizione dello spettro solare nei colori primari: fece passare un raggio di luce attraverso un prisma di cristallo e il raggio si scompose in sei colori primari (rosso, arancio, giallo, verde, blu e violetto); poi, volendo soddisfare una analogia tra la gamma cromatica e quella musicale, si aggiunse l’indaco.

Fino ad allora tutti erano concordi che i colori primari fossero oggettivamente sette.

Un secolo dopo però, il filosofo Goethe, con Teoria dei Colori “Farbenlehre” (e in seguito anche Schopenhauer, con La Vista e i Colori) approfondì tale argomento con un nuovo punto di vista. Goethe oppose alla sperimentazione empirica strumentale di Newton la percezione sensoriale “naturale” degli oggetti e delle tonalità cromatiche in rapporto con la luce, in pratica spiega che il luogo in cui si colgono i fenomeni luminosi e coloristici non è lo spazio, più o meno illuminato, ma lo strumento fisiologico atto alla percezione, cioè l’occhio.
Il filosofo conferma l’assoluta soggettività del percepire. Forse Farbenlehre è un anticipo della psicologia cosiddetta “della percezione”: la Gestaltpsychologie. Ad esempio, molti colori percepiti sono fisiologici e non reali, fabbricati dall’individuo “per necessità”, spiega Goethe, e servono a colmare delle lacune percettive.

Dall’introduzione di Giulio Carlo Argan nella traduzione italiana di Farbenlehre troviamo tre interessanti cardini fondamentali che cito testualmente, secondo l’autore chiare conseguenze a cui il filosofo tedesco sarebbe giunto:

1) il contrasto simultaneo, ponendo ogni colore in rapporto soltanto con altri colori, elimina il riferimento comune alla scala chiaroscurale dal bianco al nero;
2) la simultaneità del contrasto ne indica il tempo, l’assoluto presente;
3) due complementari sono i due colori più lontani tra loro, quindi la loro associazione segna il momento di massima “attività” (che significa anche presenza) della mente percettiva, o dell’occhio.