Erano distese di accendini accesi.

Il tepore giallo fuoco, intimo, la platea sembrava un pavimento di seta arancione dondolata dalla musica.

Azzurro pixel, anzi, blu “dita negli occhi”, da alcuni anni. Dovremmo fare un esposto verso i costruttori di cellulari. Saremmo ben felici se i cellulari nei concerti non colorassero le teste della gente color blu facebook.

Per ora, con rammarico, dobbiamo tenerceli: la società dei media ci ha portato a questo tragico rito di passaggio che porta il nome di smartphone, device, telefono o come vogliamo chiamarlo. Poi abbiamo in arrivo gli occhiali memorizzatutto e, tra qualche anno, arriverà di certo anche il device che ci teletrasporterà. E via in 5 milioni al concerto sull’Everest. Dovrei criticare quei poveretti che stanno in piedi ad un evento anche 3 ore con quei 100 e passa grammi in mano (per non parlare di chi fa le foto con l’iPad, un minimo di contegno!) che caricano su youtube instancabilmente video di tutti i concerti visti per poi taggare gli amici (e immagino soffrano di epicondilite anche gli amici, che fanno esattamente lo stesso). Invece no, un po’ li ammiro per la tenacia. In genere il concerto si gode non attraverso un display, ma con tutti i sensi in ascolto, come è tradizione, banalmente. Questo tipo di atteggiamento esplicita i micro cambiamenti della società: Remix Culture, la chiama Lawrence Lessig, dove i media stessi vengono trasformati e filtrati per creare altri nuovi media.
Ma continuano a penzolare cartelli:

È severamente vietato introdurre attrezzature in grado di registrare e trasmettere materiale audio, video e audio-video.

Un attimo, siamo seri un attimo.
In questo momento, in mano ho un aggeggio che fa foto e video che 10 anni fa i professionisti se li sognavano e… non vogliamo che si riprenda l’artista ai concerti?

È chiaro che i dispositivi cambieranno, forse spariranno dal palmo delle nostre mani, ma non è un problema di oggi. Pensiamo a come rendere un concerto più fruibile tenendone conto, pensiamo a come capitalizzare questo tipo di dati. Basterebbe esortare i fan a fare video in HD dei propri idoli (che comunque farebbero) e a renderli disponibili alla comunità – il punto di vista del pubblico è molto importante, rende efficace e reale il concerto ed esalta la soggettiva – poi chiamare un bravo regista o un buon montatore, o meglio entrambi, che sappiano indicarvi quali parti sono le migliori e che compongano un video dove, ai contributi del pubblico (privacy a parte), vengono integrati quelli professionali gestiti dalla produzione. Naturalmente, l’audio non sarà quello dei microfonini dei telefoni ma il multitraccia del live, magari anche in surround. Promozione doppia e cliente fidelizzato. Rientrare nei costi è più che possibile. Provate a cercare “multicam concert” su youtube o vimeo.
 Qualcuno in Italia ci ha già provato con la App 1Mvideo, per il 1° Maggio romano.

Si potrebbe creare anche una app per l’evento, ne abbiamo già parlato, che magari interagisca con la consolle luci (e così faranno anche meno foto, divertendosi con i colori in mano). Basterà un access point wifi e magari un GPS locale a cui far collegare gli spettatori. Prendiamo esempio dalle band che esortavano ed esortano la produzione di bootleg.

Tutti sanno cos’è la ola, uno dei più banali esempi di pubblico partecipativo.
Sarà una ola nuova.

 

Il direttore

Lorenzo Ortolani