Tommaso Marinetti, con l'onomatopea, arricchì il vocabolario sonoro
Tommaso Marinetti, con l’onomatopea, arricchì il vocabolario sonoro

 

Testo e Grafici di Gilberto Martinelli

Quando si parla di suono, si usano spesso terminologie improvvisate, bizzarre e a volte addirittura inopportune. Il più comune uso improprio dei termini legati al suono è relativo agli aggettivi, ossia quelle qualificazioni usate per aiutarci a descriverne le sue caratteristiche laddove non si abbia un sufficiente vocabolario.
È molto sottile però il limite che separa il rigore della terminologia scientifica da quello creativo. Nei primi anni del ‘900, l’uso creativo degli aggettivi raggiunse la sua massima espressione nell’”onomatopea” sviluppata per lo più dai nostri Giovanni Pascoli e Gabriele D’annunzio e più liberamente dai famosi Futuristi, primo fra tutti il Marinetti.
Cambia da allora anche l’uso convenzionale dell’aggettivo che diviene molto spesso un nuovo termine che richiama al suono che lo disegna. In ogni caso si tratta di licenza linguistica omologata solamente molti anni dopo l’invenzione del termine stesso.
Possibile che fonici, produttori, registi e ascoltatori abbiano velleità letterarie finanche mirate allo sviluppo della lingua madre, ma certo è che si sente davvero di tutto sui set, sui palchi, negli studi!

Filippo Tommaso Marinetti, Words in Liberty, c. 1913
Filippo Tommaso Marinetti, Words in Liberty, c. 1913

FACCIAMO ORDINE
L’aggettivo, nella lingua italiana (dal latino addietivo, adicere “aggiungere”), è un nome che si aggiunge ad un sostantivo per qualificarlo e specificarlo. L’uso degli aggettivi nell’ascolto è comunemente associato all’esperienza che ognuno di noi ne fa nella vita, relativamente all’esigenza di qualificare un soggetto.
Il nostro soggetto è appunto il suono che stiamo ascoltando; che si tratti di suoni singoli o di suoni complessi, ossia interagenti, uniti e miscelati tra loro, l’uso dell’aggettivo è sempre di tipo qualificativo. Definire un suono stridulo, piuttosto che grasso o quant’altro venga in mente, induce ad una specifica singolare che caratterizza emotivamente l’identità di un suono e può associarsi alla parte denotativa, o meglio descrittiva. Quando questo suono è legato alla totalità dei suoni, l’uso degli aggettivi assume un aspetto pluralizzato e soprattutto di tipo emozionale. Aggettivi come funebre, cupo, allegro, brioso, vanno associati naturalmente ad un prodotto finito, come dire che hanno un carattere dimostrativo, e fanno riferimento alla parte connotativa.

Questo esercizio creativo di trovare gli aggettivi per il suono è oggetto di interesse per logopedisti e psicologi del linguaggio, proprio per via della naturalezza con cui si utilizzano termini simili per suoni simili, indipendentemente dalla formazione culturale e antropologica dell’ascoltatore.

Ho voluto, forte di questa considerazione ormai risaputa e trattata tra le pubblicazioni scientifiche, conoscere quale fosse la concezione di “colore” del suono tra le varie idee individuali.

Il colore non è un aggettivo, è l’abbinamento psicologico più semplice per definire la visione d’insieme che molti, nel test che ho effettuato, hanno chiamato pasta.
Possiamo volgarmente definire quindi il colore come la pasta sonora generale, vista nella sua risultante, globalmente, è il gusto medio percepito nella visione d’insieme.
Le sfumature di colore, sono importanti perchè definiscono la definizione del suono, si va nel raffinato, nel distinguere dalla grossolanità le sottigliezze.
Possiamo, con buona pace di tutti, definire “il colore del suono” la composizione spettrale.
Ma che colore ha il suono? Il suono è una risultanza, tanto è vero che se ascoltiamo un suono sinusoidale puro, con tutta l’immaginazione possibile, ci resta difficile interpretarlo come un colore, percependone l’assoluta neutralità, il grigiore. Iniziamo a delimitare il colore analizzandone la sua estensione in frequenza. Per convenzione usiamo dire che la nostra capacità uditiva è da 20 a 20000 Hz secondo la sensibilità alle pressioni descritte dalle curve isofoniche.
Noi diamo colore al suono quando esso assume delle colorazioni complessive in base alle accentuazioni e attenuazioni delle curva di distribuzione spettrale sul lungo termine, ma non basta, il colore riesce a dare un carattere al suono: la sua tonalità prominente è una delle scelte stilistiche più importanti nella fase di mastering e ottimizzazione.

Spesso si sente dire, “poi la curva si rifà”, ossia si rimanda ad una delle ultime fasi l’impostazione timbrica generale. È un’abitudine rischiosa: se non si è missato in funzione di quella curva, si perderanno, con l’attenuazione successiva, importanti elementi di incastro, oltre che la manomissione della sonorità generale con esiti imprevedibili.
Un buon ascoltatore sa riconoscere l’effetto della masterizzazione nel forzato contenimento di alcune frequenze, ed è questo un intervento spesso ingiustificabile, come se un tecnico di mastering fosse giudice e boia, tagliando teste a suo giudizio.

 

Questa diversità di “colore” viene definito proprio con aggettivi mai omologati, chiaro, scuro, cupo, freddo, tagliente, non fanno parte della terminologia scientifica applicabile. Ma tutti siamo stranamente d’accordo nel definire il suono chiaro se ricco di altre frequenze e scuro se povero di alte frequenze o ricco di basse.
C’è una motivazione a tutto questo.

Filippo Tommaso Marinetti - Après la Marne, Joffre visita le front en auto - Marinetti 1915
Filippo Tommaso Marinetti – Après la Marne, Joffre visita le front en auto – Marinetti 1915

La cornice sonora è il perimetro che delimita lo spazio in cui il suono può e deve essere contenuto, dove la dimensione verticale è la dinamica e il range di frequenza non è altro che la dimensione orizzontale della cornice, ed è ancora giusto se d’ora in poi consideriamo il colore come il risultato dei punti intermedi.

Superata questa visione di impatto in cui chiaro e scuro riguardano fasce larghe di frequenza, le sfumature non riguardano le frequenze intermedie, come saremmo indotti a pensare, piuttosto interessano la capacità di riproduzione delle componenti a bassa intensità su tutto lo spettro che, se conservate, consentono il microfrastagliamento dell’onda trasportandone correttamente il ”timbro”. Questa caratteristica di colore potremmo chiamarla “pienezza”.

 La definizione rende il colore del suono più dettagliato e ricco di sfumature
La definizione rende il colore del suono più dettagliato e ricco di sfumature

Mentre quella che viene chiamata la chiarezza tonale (fullness of tone clarity) è strettamente vincolata a elementi che vanno a contribuire a questa complessiva definizione di colore:

• Tempo di riverberazione.
• Rapporto dei livelli di suono diretto e suono riverberato.
• Velocità dell’esecuzione.

Mentre il timbro e il colore generale dipendono da:
• Ricchezza di basse frequenze
• Ricchezza di alte frequenze
• Distorsione armonica
• Tessitura
• Bilanciamento e amalgama
• Diffusione
• Attacco
voci che dovranno essere affrontate in ambito di acustica architettonica e tecniche di missaggio.

A questa importante riflessione, va aggiunta una trattazione su ciò che rende possibile l’analisi del colore: la luce.

Un frate domenicano disse che il “mistero è una cosa oscura in sé ma che illumina tutto il resto”; questo aforisma potrebbe essere adatto al suono che nonostante sia invisibile riesce ad emanare così tanta luce. Rimane solo da capire cosa c’entra il mistero in tutto questo. La sensazione che il suono provoca è una forma misteriosa di persuasione, ma il nostro punto di partenza è che la produzione sonora la si ascolta con istinto, ma la si deve realizzare con raziocinio e gusto. Non è usuale riscontrare nel pubblico, nei fruitori finali della produzione sonora, un ascolto professionale, analitico.

L’uomo che sa ben parlare non vale quello che sa ascoltare con
attenzione (antico proverbio cinese)

È qui il mistero, quello di essere consapevoli che la produzione musicale o sonora in genere può continuare a nascere anche senza dei pretenziosi ascoltatori. Il punto è che mentre il pubblico in genere ha difficoltà ad identificare le cause della buona qualità o della inadeguatezza di un prodotto, il tecnico dev’essere in grado di intercettare queste cause e di operare su di esse per dare al pubblico un prodotto migliore, bilanciando tra l’altro le esigenze e le aspettative del committente, di sè stesso e del fruitore finale di oggi e, se possibile, di domani. La paura è che l’istinto e la buona tecnica non bastino più! Infatti la buona critica avvalora ed evolve una disciplina al punto di portarla, per la sfortuna di alcuni, allo scoperto. È questa la definizione di luce, ossia: la trasparenza di una produzione nell’essere quel che si voleva che fosse.

 

Fig3

 

Alcune terminologie anglosassoni per aggettivare il suono
Blary: Squillante, urlato, gridato.
Boomy: Rimbombante.
Boxy: Scatolato. Quando il suono sembra provenire dall’interno del diffusore.
Brash: Sfacciato. Troppa presenza. Sinonimo di “sharp, acuto, aspro, penetrante”
Bright: Brillante. In genere quando il suono `e riprodotto in un ambiente riverberante.
Clear: Chiaro, pulito, aperto.
Cloudy: Nebuloso, confuso.
Cutting: Tagliente.
Distant: Distante. Quando il suono sembra provenire da una distanza oggettivamente maggiore
rispetto a quella alla quale sono posti i diffusori.
Dull: Sordo, velato.
Empty: Vuoto. Quando il suono manca di pienezza, di energia in qualche parte dello spettro
riprodotto.
Full: Pieno. Quando `e ben bilanciato e l’energia `e ben distribuita su tutto lo spettro del suono
riprodotto.
Fuzzy: Sfocato, indistinto.
Hard: Duro, aspro.
Harsh: Aspro, ruvido, stridente.
Heavy: Pesante, greve.
Hollow: Cupo, sordo.
Honky: Scadente, a guisa di grido d’anatra. Suono sgradevole che ricorda il grido di un’anatra.
Loud: Forte, alto di livello.
Mellow: Caldo, ricco.
Middy: Medioso. Troppe alto il livello delle frequenze medie.
Muddy: Confuso.
Muffled: Indistinto, smorzato, velato.
Murky: Oscuro, tenebroso.
Mushy: Sdolcinato.
Nasal: Nasale.
Natural: Naturale.
Noisy: Rumoroso, fastidioso.
Opaque: Opaco.
Open: Aperto.
Peaky: Puntuto, con molti picchi. Quando la risposta non `e “smooth / lineare”.
Pinched: Tormentato. Sinonimo peggiorativo di “peaky”.
Precise: Preciso, accurato.
Present: Presente.
Punchier: Marcato. Usato per definire una voce più scura o chiara
Rich: Ricco, pieno, profondo.
Sharp: Acuto, aspro, penetrante.
Smeared: Macchiato. Quando il suono `e distribuito a macchie.
Soft/Smooth: Dolce, spianato, lineare.
Solid: Solido, compatto, forte.
Spacious: Spaziato.
Stained: Colorato.
Strong: Forte.
Subsonic: Subsonico. Quando il suono è percepito con il corpo e non con l’orecchio.
Thin: Sottile. Si dice suono senza corpo.
Thick: Spesso.
Tight: Chiuso.
Tinny: Metallico.
Transparent: Limpido, trasparente.
Trebly: Acuto.
Unclear: Sporco.
Uncolored: Incolore.
Uniform: Uniforme.
Warm: Caldo.
Weak: Fiacco, debole.
Well defined: Ben definito.