di Lorenzo Ortolani

Dicembre 2013_GennaioNegli anni ottanta (del secolo scorso) si era arrivati a concepire strumenti di controllo tridimensionale del suono e della luce. Si riusciva a comprendere che se le sorgenti lavorano in uno spazio (tridimensionale), il tradizionale controllo 2D non basta: l’operatore idealmente deve avere il pieno controllo, da remoto, sullo spazio scenico – acustico.

Ho sempre avuto un certo interesse, fin da ragazzo, per le interfacce utente. Ricordo le discussioni con la mia professoressa di psicologia cognitiva davanti alla macchinetta del caffè sull’ergonomia delle macchinette del caffè. Divertente.

Quest’anno dovremo prepararci all’ondata di dispositivi (e app) di controllo bidimensionali, anzi peggio, touchscreen, tecnologia matura e onnipresente. Se prima un fader, un cursore, il famoso dosatore (termine desueto ma eccellente, purtroppo rimasto confinato all’interno degli studi RAI) dava un riferimento fisico, tangibile e facilmente memorizzabile, ora si è obbligati a guardare uno schermo per capire quale sia il fader giusto, o peggio ancora quale potenziometro sia quello giusto, per poi toccarlo e utilizzarlo come se fosse un cursore alto-basso o destra-sinistra, ma senza riferimenti (c’è disegnato un potenziometro, perché devo usarlo in maniera diversa? a cosa serve un cambiamento di paradigma simile?), il tutto essendo certi che la pagina aperta sia quella giusta. Detto questo, avrei una ulteriore richiesta per tutte le case produttrici, stavolta estetica: bisognerebbe smetterla con la riproposizione dei pannelli in finto 3D anni ’70, guardate come è chiaro Ableton Live, prendete esempio da chi le interfacce le sa fare.

Ben vengano pure controller su protocollo OSC (Open Sound Control), che è un protocollo di controllo, programmabile e configurabile, dell’università UC Berkeley. Male apprezzo invece gli sforzi di quasi tutte le case produttrici di mixer/controller che pensano: costruiamo con meno componenti, l’interfaccia e i software sono sempre aggiornabili e possiamo permetterci di vendere un prodotto in beta (buggato), con maggiore profitto. Ci siamo adagiati sull’idea che il big-screen sia indice di qualità. Forse è vero il contrario, ma è meno economico.

L’operatore gobbo sopra lo schermo non è comodo, affatto, e poi il sole, e i riflessi, e le dita unte… Tecnologie da ufficio nel mondo professionale, come è successo anche per la RJ45. Il problema, in pratica, non è tanto nell’isolamento dell’operatore dalla performance live (si lavora bene anche in OB Van con le tecnologie attuali) quanto nella poca umanità e praticità dei touchscreen. Abbiamo mani, quindi la capacità di afferrare e muovere, di toccare. I produttori però insistono nel proporre interfacce touch. Dai grandi produttori di mixer, con i loro grandi schermoni, fino alle interfacce per tablet, promosse spesso come la soluzione a tutti i problemi.

È giusto che i produttori sviluppino sistemi di controllo digitali (in entrambi i sensi), cin interfacce facilmente aggiornabili, meno giusto che le modalità di marketing considerino le interfacce touchscreen la svolta del futuro. È casomai un palliativo, in attesa dell’abbassamento dei costi e dello sviluppo di controller nuovi, come il favoloso Leap motion controller, che ho provato a fine 2013 e che vi garantisco essere una meraviglia, ma ancora lontano dalla praticità degli “oggetti”, dove un esempio coerente può essere il famoso Reactable; vi invito a giocarci, con quello vero, non quello per iPad.

Se dovete acquistare un’interfaccia, quindi, guardate bene il pannello di controllo, memorizzatelo, poi provate ad usarlo senza guardare, la curva d’apprendimento dell’interfaccia deve essere immediata. Ragioniamo da musicisti, di tanto in tanto.