BS_2014_002_COP@001In sanscrito, una delle lingue antiche conosciute, esiste una espressione di sentimento che a quanto pare nessun’altra lingua utilizza: Rasa. Rasa nasce nell’ambito del teatro e spiega quel momento in cui viene evocata una sensazione da un evento esterno, sia esso una danza, un’opera d’arte, una musica, uno spettacolo. È una parola che definisce uno stato cognitivo preciso, come se fosse una vera e propria essenza ad interagire con i sensi: l’artista consciamente o inconsciamente stimola le nostre percezioni e ci induce in quello stato. Un esempio comprensibile è la caricatura. Disegnare una caricatura è concettualmente semplice: prendi una persona, togli tutti gli elementi “nella media” ed ecco che vengono fuori i tratti caratteristici, bisognerà solo sceglierli ed enfatizzarli (pare facile!). A volte la caricatura stimola ancora più dell’originale, quante volte abbiamo pensato “gli assomiglia più il ritratto che lui stesso”. Ecco, quella sensazione – banalmente – è Rasa.

Bharata Muni, teatrologo vissuto tra il 200 a.C. e il 400 d.C. parla di bhava, imitazione delle emozioni da parte dell’attore, e di rasa, risposta emotiva provocata nel pubblico. Ne esiste anche un’altra definita dal Natyasastra, il primo testo sulla musica, Raga, letteralmente traducibile come “colore”, che serve a esprimere, musicalmente, il Rasa. È curioso notare come la musica era vicina al colore. C’è un punto del cervello in cui i colori vengono elaborati: l’area corticale V4, proprio di fianco alla zona che interpreta lettere e numeri. Questo permette, per molti di noi esseri umani, di creare facilmente connessioni tra musica e colore mentre, per alcuni, questa può diventare una vera e propria patologia.

Lorenzo Moz Ortolani