CulturaArticolo tratto da Fondazione Symbola-Unioncamere, Io sono Cultura – Rapporto 2014

Nel leggere gli andamenti delle performing arts nel nostro Paese, ci si imbatte spesso in analisi e riflessioni, purtroppo già note, su una situazione di difficoltà che deriva, in primo luogo, dalla sottovalutazione del ruolo della cultura da parte dei governi che si sono avvicendati negli ultimi anni. Tuttavia, nella seconda parte del 2013 ha preso l’avvio un processo che potrebbe rappresentare un’inversione di tendenza, che ha messo in discussione norme e modalità reiterate nel tempo e da molti considerate inadeguate (fors’anche obsolete).

È inevitabile partire dai finanziamenti assegnati dal MIBACT – Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo, cui si deve l’innalzamento del Fondo Unico per lo Spettacolo, per il 2014, a 406 milioni di Euro (contro i 380 in precedenza previsti), attraverso il decreto-legge Valore Cultura dell’agosto 2013, poi convertito in legge149, voluto dal Ministro allora in carica Massimo Bray. Va rilevato che il finanziamento relativo al 2013 è stato di 398,08 milioni di Euro, con una flessione rispetto all’anno precedente del 6,51%. Il FUS, dal 1985 – anno della sua istituzione – al 2013, ha registrato un incremento dell’8,84%, in valori correnti calcolati in Euro, ma un calo del 56,08% in valori costanti, con tutto quanto ne consegue. Nel 2013 sono stati penalizzati tutti i settori delle performing arts, con unica eccezione per le Attività di danza, rimaste pressoché sugli stessi livelli. E se la progressiva riduzione degli investimenti da parte dello Stato era stata riequilibrata, in tempi diversi, dagli interventi legati alle politiche di sviluppo portate avanti dagli Enti Locali e dalle Regioni, la crisi economica e finanziaria del Paese e i conseguenti provvedimenti legislativi quali il Decreto-legge 78/2010151, hanno molto limitato tali flussi. Alcune amministrazioni locali hanno contenuto i tagli allo Spettacolo, considerandolo un asset importante per l’innovazione e lo sviluppo socio-culturale del territorio, ma complessivamente ha prevalso una visione meno strategica.

Descrivere lo stato dell’arte delle performing arts significa anche affrontare la ricaduta della crisi economica sulle dinamiche dell’offerta e della domanda, fermo restando che il calo progressivo dei redditi e pertanto dei consumi delle famiglie va di pari passo con le difficoltà incontrate dalle imprese del settore sul versante degli investimenti (siano essi economici o in capitale umano) e con il venir meno di punti di riferimento che consentano di progettare a medio e lungo termine.

I riflessi della crisi si manifestano sul comparto culturale, in modo non del tutto prevedibile, se è vero che «nel ridisegno del ventaglio delle proprie attività, individui e famiglie tendono a ricomporne le aree, rinunciando alle spese destinate all’acquisto di beni durevoli, contenendo molte spese correnti e paradossalmente mantenendo o addirittura provando ad accrescere le risorse impiegate per attività culturali». Ma se alcuni settori della cultura negli ultimi anni hanno mantenuto le quote di mercato conquistate, così non è stato per le performing arts, che hanno registrato risultati alterni, come emerge dal raffronto dei dati forniti dalla SIAE – Società Italiana Autori ed Editori, relativi al primo semestre del 2013, con quelli dell’omologo periodo dell’anno precedente. L’insieme delle attività teatrali ha visto un aumento dell’offerta dello 0,55%, ma una flessione degli spettatori del 4,08% e degli incassi del 7,22%. Entrando nel merito dei sottosettori si rileva che il Teatro di prosa a fronte di un aumento dell’offerta dell’1,49% ha visto calare gli spettatori del 3,38% e gli incassi del 6,57%. Anche la Lirica ha visto aumentare l’offerta, del 2,49%, gli spettatori sono aumentati dell’1%, ma gli incassi sono scesi del 5,20%. La Rivista e la Commedia musicale hanno visto calare le recite del 14,14%, gli spettatori del 7,87% e gli incassi del 3,33%. Per quanto concerne l’Attività concertistica, si registra un calo dell’offerta del 2,58%, mentre aumentano gli spettatori del 9,70% e gli incassi del 23,84%, i saldi positivi sono però da attribuirsi solo alla musica leggera, poiché sia il jazz che la musica classica si allineano su risultati deludenti. Questi dati potrebbero essere interpretati come la risultante di fattori congiunturali, in realtà se si estende l’analisi agli andamenti del quinquennio precedente, si scopre una linea di continuità. Infatti tra il 2008 e il 2012, considerando l’insieme delle performing arts (con esclusione del circo) le rappresentazioni sono scese del 12,4%, gli spettatori del 5,4% e la spesa del pubblico del -3,5%.

Tali risultati richiedono qualche riflessione. Se è innegabile l’influenza perniciosa della crisi economica, è altrettanto vero che non si può prescindere da una valutazione dell’offerta, spesso tendente (si pensi a certo teatro di prosa o alla commedia musicale/musical) verso un repertorio di facile richiamo mediato dal filtro dell’intrattenimento televisivo. Esiste una forte interrelazione tra le politiche finalizzate all’allargamento del pubblico, il rapporto tra qualità e quantità, gli investimenti per la cultura e la sua economia. Paradossalmente la flessione della domanda può essere (almeno in parte) determinata proprio dagli improbi tentativi di ampliarla – complice la non conoscenza delle esigenze dei diversi pubblici – abbassando il livello qualitativo delle produzioni, con l’effetto di allontanare, forse provvisoriamente, una parte del pubblico reale (in attesa di proposte più consone), ma definitivamente il pubblico potenziale.

La riduzione dell’offerta e della domanda – unitamente alle citate concause esogene – comporta ineluttabilmente, tra le ricadute dirette, l’acuirsi della crisi occupazionale, come dimostrano i dati forniti dall’INPS/ENPALS – Ente Nazionale di Previdenza e di Assistenza per i Lavoratori dello Spettacolo. Tra il 2010 e il 2012 i lavoratori della Musica e della Danza sono calati del -10,26%, mentre le imprese del settore sono passate da 4.047 a 3.475. Nello stesso lasso di tempo, anche nel Teatro il numero delle imprese ha visto una flessione, portandosi da 2.490 a 2.312, mentre i lavoratori sono diminuiti del 4,1%. Si tratta in realtà di tendenze in atto già dai primi anni dello scorso decennio – acuite ultimamente dalla grave situazione internazionale che investe l’occupazione – che confermano, nel confronto con le altre realtà europee, note anomalie. Il nostro è un Paese dallo straordinario patrimonio culturale e un‘alta propensione allo studio delle materie culturali all’università, ma con un livello di occupazione decisamente inadeguato per attuare quelle strategie di sviluppo che paiono ormai improcrastinabili e consentirebbero altresì di creare nuovi posti di lavoro. Esiste la diffusa consapevolezza (avvalorata dal nostro pur modesto contributo) che le performing arts in Italia vivono una crisi strutturale, che come tale può essere superata solo attraverso un riassetto istituzionale del sistema e delle politiche del settore. Il ricorso a decreti legge (dettati da requisiti di urgenza), forse non esprime appieno la volontà di andare in tale direzione, ma l’emanazione del decreto Valore Cultura citato in apertura, ha comunque rappresentato un importante segnale di cambiamento i cui effetti sono in parte già in atto. Uno dei settori interessati per primi dalle norme introdotte è quello delle Fondazioni Lirico- Sinfoniche. Tali enti, che assorbono quasi la metà del totale dei finanziamenti statali destinati allo spettacolo tramite il FUS, sono attraversati da anni da crisi economico-finanziarie devastanti. A poco sono serviti i provvedimenti legislativi emanati nel tempo, che avrebbero dovuto apportare dei correttivi in tal senso. Molti di essi, dalla Fondazione Carlo Felice di Genova al Teatro di San Carlo di Napoli sono stati commissariati negli ultimi anni. È dunque comprensibile che la ventata riformatrice in campo culturale che animava il Governo Letta abbia adottato «al fine di fare fronte allo stato di grave crisi del settore e di pervenire al risanamento delle gestioni e al rilancio delle attività delle fondazioni lirico-sinfoniche» le misure urgenti (giudicate da alcuni draconiane) contenute nella legge. L’articolo 11, in particolare, prevede che le Fondazioni «che non possano far fronte ai debiti certi ed esigibili, ovvero che siano stati in regime di amministrazione straordinaria nel corso degli ultimi due esercizi», presentino un piano di risanamento ad un commissario straordinario nominato con decreto del Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze. Va sottolineato l’uso del termine “risanamento”, che pone in essere il superamento del concetto di “salvataggio”, troppo spesso adottato (nella sostanza) parlando di questi ed altri enti. Tra gli elementi principali previsti nel piano, vi sono la rinegoziazione e ristrutturazione del debito della fondazione; l’indicazione della contribuzione a carico degli enti diversi dallo Stato partecipanti alla fondazione; la riduzione della dotazione organica del personale tecnico e amministrativo fino al 50% di quella in essere al 31 dicembre 2012 e una razionalizzazione del personale artistico; il divieto di ricorrere a nuovo indebitamento, per il periodo 2014-2016; l’indicazione dell’entità del finanziamento dello Stato richiesto per contribuire all’ammortamento del debito e l’individuazione di soluzioni idonee a riportare la fondazione, entro i tre esercizi finanziari successivi, nelle condizioni di attivo patrimoniale; la cessazione dell’efficacia dei contratti integrativi aziendali in vigore. Inutile dire che sono state sollevate eccezioni dai lavoratori. Per sostenere l’impatto del provvedimento è stato previsto un fondo di rotazione pari a 75 milioni di Euro (poi incrementati di 50 milioni) per l’anno 2014 e ben 11 delle 14 Fondazioni Lirico-Sinfoniche hanno presentato il piano di risanamento. L’effetto per certi versi più rilevante della conversione in legge del decreto Valore Cultura sta però nell’aver dato avvio, dopo anni di vane attese, ad una vera riforma che ridisegna l’attuale geografia del teatro, a partire dall’istituzione dei Teatri Nazionali e dei Teatri di rilevante Interesse nazionale, che andrebbero di fatto a sostituire gli attuali Teatri Stabili. Al momento della scrittura di questo articolo il decreto deve ancora ultimare l’iter legislativo. Va detto che alcuni punti dell’articolato hanno suscitato ampie riserve, anche da parte delle Regioni, ma propone al contempo risposte a richieste di innovazione che emergono dal sistema reale dello spettacolo, da quelle progettualità che non sempre rispondono ai paradigmi da norme e circolari. Ci si riferisce ad esempio al sostegno alle residenze, all’apertura alle giovani compagnie che potranno più facilmente accedere ai finanziamenti, alla valorizzazione dei nuovi talenti, ad una visione multidisciplinare del settore. Vanno colti positivamente anche l’introduzione della triennalità nella progettazione artistica e l’attenzione nei confronti delle dinamiche tra l’offerta di spettacoli e la domanda del pubblico, con il superamento dell’attuale anacronistico sbilanciamento, nella visione strategica complessiva, a favore della prima.

Le performing arts hanno visto nel 2013 l’avvio di una fase di cambiamenti, le cui prospettive sono fortemente legate alle politiche istituzionali, non ultimo alla ipotizzata ridefinizione della riforma del Titolo V, e dunque del ruolo delle Regioni. Come per tutto il settore culturale, si avverte l’esigenza di un nuovo modello di governance, ma anche di un nuovo modello di management «che sia orientato al raggiungimento delle finalità istituzionali in condizioni di sostenibilità economica durevole, basato sulle conoscenze e le competenze delle persone, su logiche di apertura, rendicontazione e trasparenza, e su un utilizzo effettivo e non solo formale e nominalistico degli strumenti manageriali».

Nel frattempo si fanno strada o si impongono nuove forme di intervento e si moltiplicano iniziative che dimostrano la vitalità delle performing arts. Si pensi a iniziative come IT Festival, il Festival del Teatro Indipendente milanese, che ha visto proprio nel 2013 la prima edizione presso la Fabbrica del Vapore, raccogliendo ampi consensi e proponendosi come esempio di “progettazione partecipata”. Oppure In-Box, promosso da Siparte in collaborazione con Fondazione Toscana Spettacolo, incentrato su un progetto distributivo dedicato alle eccellenze teatrali emergenti che vede il partenariato di diversi circuiti pubblici (della Puglia, delle Marche, del Lazio e del Piemonte). Mentre diverse città (tra cui Roma e Torino) ospitano i Fringe Festival ispirati al modello dell’omonimo Festival nato a Edimburgo nel lontano 1947, incentrato su una sostanziale autonomia (artistica e organizzativa) delle formazioni partecipanti, grazie all’intervento del MIBACT e di alcune Regioni, quali la Puglia, la Toscana e l’Emilia-Romagna, negli ultimi anni si è visto un numero crescente di giovani formazioni teatrali e di danza presenti nei palcoscenici del festival scozzese. Nel panorama complessivo del teatro italiano non sono mancate nel 2013 produzioni di alto profilo. Vogliamo citare tra queste lo spettacolo La Classe, ispirato a La Classe Morta, lo storico spettacolo di Tadeus Kantor, riscritto e diretto da Nanni Garella, interpretato dagli attori della compagnia Arte e Salute, composta da pazienti psichiatrici, insignito del Premio della Critica, dei premi Ubu e Hystrio. Certamente uno dei fenomeni degli ultimi anni degni di maggiore attenzione è quello dei “teatri occupati”, si tratta per la maggior parte di spazi teatrali restituiti alla loro funzione originale dopo essere stati chiusi per vari motivi, ma ci sono anche spazi in disuso trasformati in centri culturali interdisciplinari. Citiamo tra gli altri il Teatro Garibaldi di Palermo, il Teatro del Lido Ostia, il Teatro Rossi di Pisa. Cresce quindi la volontà di cittadini e teatranti di gestire uno spazio teatrale come “bene comune”, secondo l’accezione delineata, con l’ausilio di valenti giuristi come Stefano Rodotà, dagli occupanti del Teatro Valle di Roma, il più noto e seguito dei teatri occupati, dalla cui esperienza è nata la Fondazione Teatro Valle Bene Comune da non pochi osteggiata. Per contro, al Teatro Valle è stato di recente assegnato il prestigioso premio Internazionale ECF Princess Margriet in quanto – secondo la motivazione – è «di grande ispirazione per tutti coloro che lottano contro l’ondata di misure di austerità e privatizzazione che stanno minacciando la sostenibilità di istituzioni culturali cruciali per l’esistenza della vita artistica e sociale».