Apertura moog-voyager-XLLuca Bignardi

Siamo di fronte a uno dei fonici che hanno fatto e continuano a fare la storia della discografia in Italia: la domanda che avremmo sempre voluto fare a un professionista di questo calibro è come lavora per creare suoni che hanno fatto il giro del mondo.

“La chiave di tutto è sempre nelle idee: quando lavoro, prima di tutto immagino il suono che voglio ottenere in funzione dell’arrangiamento, poi cerco un preset da cui partire e lo modifico (a volte inizio da zero, ma richiede davvero molto tempo). Penso che il suono moderno sia quello ancora non ascoltato: viviamo in un momento in cui molto di ciò che gira è già stato sentito, per cui è necessario lavorare in questa direzione, sperimentare e creare. Per farlo, penso al suono nelle sue cinque dimensioni: pitch, ampiezza, timbro, inviluppo e posizione. Il nostro cervello elabora queste informazioni per creare quelli che chiamo oggetti sonori e modificare uno o più di questi aspetti significa cambiare la percezione da parte di chi ascolta, rendendo difficile riconoscere gli strumenti di partenza. In questo senso, una tecnica molto interessante è prendere l’attacco di uno strumento vero e inserire come sustain e coda un suono elettronico o, comunque, differente dal primo: a quel punto puoi modellare gli inviluppi, generando suoni inediti e inaspettati. Gli inviluppi sono davvero fondamentali e non solo per la dinamica, ma anche per il cambiamento del contenuto armonico nel tempo. Io punto sempre sulla non ripetitività. Cerco suoni capaci di essere leggermente differenti ogni volta che premi una nota, perché questo consente di avvicinare il suono elettronico a quello naturale, che non è mai uguale. I suoni campionati purtroppo sono fotografie riprodotte sempre nello stesso modo, quindi cerco di manipolarli per donargli un po’ di vita.”

Tratti in maniera differente il suono dei synth hardware e software?

Luca Bignardi
Luca Bignardi

No. In generale, il suono dei soft synth è troppo pulito, ma per sporcarlo utilizzo quello che ho nel mio setup: in particolare Sonnox Inflator, CraneSong Phoenix o Heat di Avid. Si tratta di ricreare la distorsione di un circuito analogico, ma non si deve cadere nell’errore di confrontare un suono analogico con uno creato da un soft synth per cercare le differenze: sono strumenti diversi, per cui suonano in maniera diversa. Ciò che conta è trasmettere emozione e ottenere l’impatto desiderato!

Luca trasmette una convinzione profonda: sono le idee che contano.

“Software o analogico non è un problema assoluto, non ci sono strumenti irrinunciabili a priori: l’importante è avere le idee e sapere dove andare a cercare ciò che ti serve. L’analogico è più vittima di cambiamenti casuali, per cui è capace di regalarmi più semplicemente quel carattere non ripetitivo che cerco. Anche con tanti soft synth è possibile ottenere questo, e in più la loro memoria consente di richiamare facilmente i suoni e le sessioni con cui devi lavorare, con un notevole risparmio di tempo. Tra i software che utilizzo ci sono Spectrasonics Omnisphere, Massive di Native Instruments, Modartt Pianoteq, ma anche tanti altri strumenti virtuali. E poi utilizzo ancora Emagic SoundDiver: ho un Apple G3 dedicato solo a quello, con le librerie di suoni per i miei synth. È chiaro che è fondamentale sperimentare e avere la possibilità di utilizzare e unire diverse tecnologie di sintesi e, perché no, il campionamento: mi è capitato, ad esempio, di trattare una voce con la sintesi granulare per ricavarne un segnale di modulazione. Allo stesso modo, portare i campioni fuori dal loro range naturale (soprattutto spostandoli verso il basso) crea risultati interessanti. È utile anche creare layer di strumenti differenti: con alcune DAW è complicato assegnare alla stessa esecuzione più generatori di suono. Con Native Instruments Kore la cosa risulta più semplice, anche se spesso appesantisce molto il computer.”

Alessandro Magri

Alessandro è un pianista, produttore, arrangiatore, compositore e sound designer: un one man band consolidato della scena professionale. Ha collaborato con tantissimi artisti come Vasco Rossi, Biagio Antonacci, Luciano Pavarotti e Andrea Bocelli. Vogliamo da lui capire come si crea il suono giusto, se esiste.

Tratti in maniera differente il suono dei synth hardware e software?

Alessandro Magni
Alessandro Magri

Quando l’arrangiamento lo richiede, tendo a contaminare i software synth con processori di segnale analogici a valvole oppure solid state, come il Brunetti PAR400 o l’Avalon VT737sp, per scaldare il timbro.

“Il suono giusto è quello complementare al mix degli altri: spesso, un timbro che da solo potrebbe sembrare scarno, diventa di grande efficacia quando inserito nel giusto tessuto armonico. In questo senso, il sound designer deve avere una sensibilità pari a quella dell’artista, ma deve essere anche un tecnico e avere conoscenza e padronanza dei mezzi necessari a trasferire le idee in forma d’onda. La musica, risentendo delle mode, presenta ciclicamente sonorità simili, ma rincorrere le tendenze significa essere per definizione un passo indietro: io creo sempre a mio gusto, senza farmi intimidire dalle mode del momento. Credo che il carattere del suono non risieda nella sua complessità, nel numero di armoniche che lo compongono o nella quantità di EG e LFO usati per la modulazione: costruisco il suono in relazione al contesto in cui è immerso, per questo non lavoro spesso con i preset. Tendo a programmare partendo da zero, magari scegliendo lo strumento più funzionale all’obiettivo: se cerco un basso synth per un brano House, so che arriverò velocemente a un buon risultato con un Roland TB303 o un suo clone. Se invece dovessi doppiare chitarre distorte mi orienterei subito al Moog Memorymoog. Potrei citare il nuovo disco di Vasco Rossi, in cui il produttore Guido Elmi mi ha chiesto di arrangiare gli archi di due brani e di suonare buona parte delle tastiere e synth. In quel caso la scelta è ricaduta esclusivamente su sonorità analogiche vintage. Strumenti come il Moog Memorymoog, Oberheim OB-8 e il modulare Synthesizer.com non si sono fatti intimidire da muri di chitarre distorte e, anzi, ne sono diventati il perfetto complemento.”

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Nello studio si percepisce l’importanza dei 26 anni di carriera di Alessandro: siamo circondati da strumenti che hanno fatto la storia. Riflettendo, ci sembra che qui l’analogico prevalga sul software. È davvero così?

”Nel mio setup il rapporto tra software e hardware è paritario. Per versatilità e comodità d’uso, i software instrument consentono di afferrare un’idea velocemente e di testare l’arrangiamento prima di farlo eseguire ai musicisti. Quando il tempo e il budget lo consentono, però, preferisco l’analogico: mi affascina maggiormente l’approccio fisico. Nel corso della mia carriera ho avuto la possibilità di mettere le mani su molti synth analogici: il Moog Minimoog Model D, il Korg MS-20, piccolo ma cattivello, poi l’amato Synthesizer.com, un modulare auto assemblato arrivato a 44 unità ma in continua espansione. Infine, il Moog Minimoog Voyager (Select Series Maple/Jade) con CP251 e VX351 per interfacciarsi modularmente agli altri strumenti. Ancora, i polifonici Moog Memorymoog+ e Oberheim OB-8, in grado di dominare qualsiasi mix, e Sequential Circuits Prophet-5 o Roland JX10 (per pad caldi e morbidi). Per i synth string prediligo la classica ARP Solina, magari passata con filtri Moog, mentre Roland TR707, 808, 909 sono le mie preferite tra le batterie elettroniche: non c’è software che regga il confronto, sebbene D16 abbia fatto un ottimo lavoro con Nepheton e Drumazon. In contesti più sperimentali mi piace usare il raro Pearl Syncussion e un Commodore 64 MIDIzzato e modificato.”

Roberto Vernetti

Abbiamo parlato di tradizione e innovazione. Roberto Vernetti è uno dei punti di riferimento assoluti per quanto riguarda la ricerca sonora. Ha collaborato con artisti come Elisa, Irene Grandi, Patty Pravo, Delta V, Mina, Dolcenera e Pacifico. Ha formato gli Aeroplanitaliani con Alessio Bertallot e Ricky Rinaldi. Tra i prossimi lavori in uscita a primavera ci sono Max Pezzali, Giovanardi (La Crus) e Dolcenera. Da dove nascono i suoi suoni?

Tratti in maniera differente il suono dei synth hardware e software?

Roberto Vernetti
Roberto Vernetti

In studio utilizzo l’outboard con il carattere che più mi piace: un suono è un suono, non considero certe macchine più adatte a trattare il segnale del software. Certo, in generale, i sintetizzatori analogici hanno una solidità tale da prendersi il loro spazio anche nel mix con strumenti elettrici e acustici. Il digitale è diverso, si salvano solo quei synth progettati e realizzati veramente bene.

“Per trovare il suono giusto con i synth sono necessarie una capacità e una quantità di studio pari a quelle di un musicista. Pensa a un chitarrista, che può lavorare combinando tocco e scelta di ampli ed effetti. Nella mia ricerca l’obiettivo è far funzionare al meglio il pezzo: a volte significa costruire suoni strani, a volte conviene essere classici. Cerco di evitare soluzioni esclusivamente alla moda, contaminando con elementi più tradizionali. Non è indispensabile essere sempre innovativi. Nella ricerca del suono uso l’istinto, il gusto e l’esperienza che ho accumulato fin da quando, appena uscito dalla scena Hardcore Punk italiana, ho iniziato a fare musica elettronica.” Una carriera così importante mette a contatto con molti strumenti: come abbiamo visto, spesso esperienza e conoscenza rendono, almeno in parte, indipendenti rispetto alla necessità di lavorare con determinate macchine. È così?

“Ho posseduto diversi synth hardware: Moog Minimoog, Sequential Circuits Prophet Pro One e Prophet 5, Oberheim Matrix 12, Yamaha DX7, Korg Polysix, MS20 e diversi Roland, tra cui un Juno 60 (con MIDI aggiunto dalla LEMI) che ancora posseggo. Ormai, però, è molto difficile avere il tempo per la manutenzione che quel tipo di strumentazione richiede. Oggi nel mio setup ci sono le cose che mi piacciono e che mi servono, software o hardware importa poco: se domani dovessi progettare il mio nuovo studio e avessi un budget illimitato, comunque non userei solo software o solo hardware, ma sempre il meglio dei due mondi. Le emulazioni dei software hanno raggiunto un ottimo livello e ormai la nostalgia che provo è solo per i potenziometri e l’interfaccia di programmazione.

Se qualcuno costruisse un controller intelligente e universale lo comprerei immediatamente e sarei anche disposto a pagare molto. Purtroppo non c’è, e così il controllo rimane il limite più grande del software: l’impossibilità di intervenire sui parametri in modo fisico, istintivo. Questo, unito a migliaia di preset, alimenta la pigrizia dei musicisti nella ricerca timbrica: il risultato è che il numero di sperimentatori si è notevolmente abbassato e si è ristretto a quei pochi mossi ancora da una sana e forte passione. Si tende a non approfondire, sperimentare, affinare le proprie capacità per ottenere suoni che nemmeno i progettisti avevano previsto, magari sfruttando i difetti di progettazione delle macchine. Nei primi anni ’90 ho visto lavorare i Depeche Mode in studio.

Al momento di trasferire tutto su nastro, dopo aver finito la programmazione di suoni e sequenze, spendevano molto tempo per decidere il timing migliore di ogni traccia in funzione del groove e per intervenire con piccole modulazioni lungo tutta la stesura del pezzo. A volte si trattava di un filtro, di un phaser, oppure direttamente dell’equalizzazione della channel strip: Q stretto, qualche dB di gain, e poi muovere lentamente la frequenza mentre il suono è trasferito su nastro.”

Michele Canova Iorfida

Entriamo in uno studio che sembra il tempio dei synth: Michele Canova Iorfida ha prodotto artisti come Tiziano Ferro, Lorenzo Cherubini, Eros Ramazzotti, Biagio Antonacci, Fabri Fibra, Giusy Ferreri, Adriano Celentano, Max Pezzali, Gianni Morandi con i quali ha rivestito anche il ruolo di arrangiatore e sound designer.

“Non trovo sia un difetto definire il periodo di produzione scegliendo suoni attuali. È chiaro che tutto risponde all’estetica di chi programma. L’innovazione è una questione di idee. Dopo 20 anni di esperienza, potrei lavorare con un decimo delle macchine che ho. Il punto è questo: cerco di creare sempre un suono che mi piace e che proviene da strumenti che mi stimolano a sperimentare. Lo stupore è ancora una delle cose più importanti, nella musica. Di recente ho acquistato due sistemi modulari, un Buchla 200e 18 Panels System (un rifacimento della gloriosa serie 200 di Don Buchla) e un sistema Eurorack Doepfer da 62 unità. Non mi ero mai avvicinato ai modulari e con Lorenzo (Jovanotti) abbiamo basato quasi tutta la produzione del disco su questi due sistemi. È stata una sfida, di notte studiavo i manuali e di giorno provavo a creare nuove patch.”

Tratti in maniera differente il suono dei synth hardware e software?

Michele Canova Iorfida
Michele Canova Iorfida

Alcune volte, per dare più vita e aria a suoni virtuali utilizzo outboard esterno, soprattutto UBK FATSO e Thermionic Culture Vulture Anniversary Edition. Altre volte converto l’impedenza del suono con un Little Labs PCP e lo conduco alle mie testate valvolari, per poi catturarlo dagli speaker in sala di ripresa.

La passione di Michele è tangibile, basta sentirlo parlare e guardarsi intorno. Ci avviciniamo al Minimoog, e Michele intercetta il nostro pensiero.

“È un Moog Minimoog D Serie con numero di serie pre 2000, mentre per Roland Jupiter 8 ho preferito il DCB a 14 bit: più affidabile, intonato e facile da modificare rispetto ai 12 bit. Roland SH-101 è la scelta per chi vuole iniziare con un synth monofonico con un gran carisma per lead e suoni di basso. Roland JD-990, invece, è un synth digitale a campioni: versione migliorata del JD-800, ha un fascino timbrico tutto suo, anche per la Vintage Expansion Card. È a tutt’oggi il synth digitale migliore per l’emulazione di alcuni suoni analogici. Il mio Sequential Circuits Prophet 5 è una V3.2: ho preferito la stabilità al suono leggermente migliore della V2.

Questo Jomox Sunsyn, invece, è poco conosciuto: un polifonico multitimbrico a otto voci, che unisce oscillatori analogici a wavetable digitali. L’alternativa alle classiche batterie elettroniche può essere Jomox Xbase 09: generazione analogica per cassa e rullante, hi hat e crash digitali a 12 bit. Elektron Sidstation integra il chip sonoro SID del Commodore 64: interessante per il puro suono 8 bit, con molti artefatti sonori e glitch. Jayemsonic Resonator Neuronium, invece, è diverso da tutti: sintesi neurale, con sei oscillatori (neuroni) che si influenzano a vicenda. M5N Macbeth Studio Systems è un sistema semimodulare: suono e operatività tra ARP 2600 e Moog Modular ma affidabilità di uno strumento del 2000. Guarda, infine, l’EMU SP-1200: qualsiasi cosa passi per i suoi convertitori esce trasformata! Non c’è solo l’hardware, però.

Utilizzo molto software: Native Instruments Komplete 7, la triade Spectrasonics, Camel Audio Alchemy, il modulare U-he Zebra 2, 112db Morgana per l’emulazione dei vecchi campionatori, Waldorf Largo, MOTU BPM. Si deve provare tutto e scegliere in base alle esigenze del pezzo, ricordandosi che il soft-ware è vincente quanto più è utilizzato per una creazione che non sia emulazione analogica. C’è però un difetto comune a tutti i soft synth: la sensazione che il suono non provenga da uno spazio definito.”