Fig. 1 - I preamplificatori Millennia Media sono costruiti con criteri esoterici e (su richiesta) hanno una speciale circuitazione a 130 V per la Phantom Power, da utilizzarsi con microfoni di voltaggio equivalente, per riprese orchestrali.
Fig. 1 – I preamplificatori Millennia Media sono costruiti con criteri esoterici e (su richiesta) hanno una speciale circuitazione a 130 V per la Phantom Power, da utilizzarsi con microfoni di voltaggio equivalente, per riprese orchestrali.

Gli studi vintage dovranno essere al passo con i tempi, con hardware e software aggiornati, e quelli che hanno appena aperto dovranno avere una selezione di macchinari classici per non essere snobbati. In un panorama mondiale di recessione, il ritorno al passato dà un senso di sicurezza (e questo spiega il rialzo nella vendita del vinile e la ricerca del suono analogico) ma al contempo l’uso di software sempre più potenti consente di risparmiare tempo, collaborare a distanza, ridurre i costi.

Outboard
La presenza o meno di una console analogica in regia non deve distrarre dal fatto che un cliente debba sempre avere a disposizione delle scelte. Uno studio con un banco Neve deve avere anche macchine di altro tipo, così come uno studio senza banco ma con un controller dovrebbe avere una scelta di almeno due o tre tipologie di macchine diverse per supplire alla carenza di un ovvio percorso segnale.
Iniziando dai preamplificatori, la maggior parte cade in tre categorie di carattere: puliti, classici e colorati. Tra i puliti citerei: SSL SuperAnalogue series, GML 8300, Millennia Media HV-3D, Avalon AD2022. Tra i classici: Neve (tutti i modelli), API, SSL E series, Calrec. E infine tra i colorati: Telefunken a valvole, Tube-Tech, Universal Audio, Summit Audio, DW Fearn.
Questi elenchi ovviamente sono puramente indicativi, però è evidente che uno studio che offre solo un tipo di preamplificatori non può considerarsi professionale perché limita in maniera drastica la possibilità di lavorare sul suono.
Inoltre ha senso considerare in uno studio con banco SSL la presenza di almeno qualche canale di pre Neve o Calrec, così come uno studio con solo un controller dovrebbe avere, ad esempio, un misto di GML, API e Tube-Tech.

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Passando ai compressori, ovviamente la situazione cambia parecchio nel caso lo studio abbia o meno una console con dinamiche in ogni canale, avere un banco di 24 canali di compressione Neve o SSL è certamente un vantaggio non indifferente durante la registrazione! Nonostante questo, alcuni classici sono spesso dati per scontati in studi di un certo rilievo: UREI 1176, Teletronix LA-2A o Empirical Labs Distressor sono alcuni tra i compressori più popolari e di uso più frequente. 1176 e LA-2A sono correntemente commercializzati da Universal Audio, con caratteristiche identiche se non superiori a quelle degli originali vintage. In mancanza di un banco SSL vale la pena avere uno Smart Research C2, che non solo è molto vicino alla timbrica del classico SSL Bus Compressor, ma offre numerose opzioni extra.
Quanto all’equalizzazione, l’uso più popolare in studio è nel formato di channel strip principalmente perché, se si ha a disposizione un banco con equalizzazione, è pratico e conveniente utilizzarlo quando necessario. Ovviamente chi ha a disposizione dei moduli preamplificatori Neve originali ha anche accesso all’eccellente EQ che è presente in ciascuno di essi, le variazioni sono numerosissime in quanto quasi ogni modello Neve ha delle scelte di frequenze diverse (una ragione in più per avere una selezione di moduli differenti).
Ci sono peraltro alcuni equalizzatori che da sempre suscitano un grande interesse: il passivo e mono Pultec EQP-1A, il GML 8200 stereo, il Manley Massive Passive EQ. Il Pultec è un articolo vintage quasi introvabile, costoso e spesso rumoroso se non è mantenuto in buono stato, una valida alternativa dal sound quasi identico (e certamente migliore) è il Manley Enhanced Pultec EQP-1A, disponibile anche come dual mono. Il Pultec è spesso usato per riscaldare ed enfatizzare strumenti che stentano a trovare una posizione nel mix. Il GML 8200 è invece un versatile EQ dual mono a cinque bande che da sempre trova posto nel mix, prima o dopo la compressione sul bus stereo: è noto che alcuni fonici iniziano a mixare con il GML già inserito, con 1,5 dB di guadagno a 100 Hz e a 26 kHz. Il Manley Massive Passive offre la corposità del Pultec con maggiore dettaglio e il calore della circuitazione di amplificazione a valvole.

Channel strip e rack modulari
Uno studio non deve necessariamente avere locali di grandi dimensioni per meritarsi il titolo professionale. Meno metri quadri comportano da un canto una riduzione dei costi di gestione e dall’altro la necessità di dare ergonomia agli spazi adibiti alla tecnologia per offrire al cliente il maggior comfort possibile.
È proprio in questo frangente che soluzioni come la channel strip tornano particolarmente utili. Il modulo integrato deriva dall’idea di portare la flessibilità del singolo canale del mixer analogico alla portata dell’artista o del produttore. Tutte le ditte di audio professionale hanno creato la loro versione del modulo di canale, e c’è solo l’imbarazzo della scelta: dal classico API 7600, al chirurgico GML 2020, al corposo Avalon VT-737 a valvole, al pratico Focusrite ISA 430. Tutti offrono un pre, un equalizzatore e un compressore con la possibilità di variarne l’ordine d’utilizzo. Alcuni, come il Focusrite, offrono accesso separato a ciascuna sezione, con il vantaggio non indifferente di poter dedicare la stessa macchina a scopi diversi, oppure una sezione di conversione A/D per utilizzare gli ingressi digitali della propria DAW (sempre presenti e spesso inutilizzati).
Se l’integrazione del modulo di canale non fosse sufficientemente versatile, l’ultimo grido in termini di flessibilità sono i rack modulari. Una delle prime console modulari fu la 610 progettata da Bill Putnam, fondatore di Universal Audio, 50 anni fa.

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Dal punto di vista della manutenzione e semplicità di costruzione l’uso di moduli si dimostrò un’idea vincente e venne poi utilizzata da diversi altri costruttori tra cui Rupert Neve e API. I moduli API sono rimasti sino ai giorni nostri e, basandosi sulle dimensioni e connettività della serie API 500, da alcuni anni è partita una vera e propria campagna di progettazione da parte di numerose ditte (Empirical Labs, Chandler, Great River tra le tante) che ne hanno fatto uno standard e hanno messo così in commercio versioni ridotte dei propri prodotti. Uno chassis alto solo quattro unità rack può ospitare sino a 11 moduli (Brent Averill Enterprises) nello spazio in cui entrerebbero a malapena un paio di compressori classici.

Effettistica
Uno studio professionale deve anche provvedere all’effettistica necessaria in fase di missaggio. Riverberi, delay e tutti gli effetti basati sulla manipolazione temporale del materiale sono essenziali per arricchire il mix e renderlo interessante. È oramai universalmente accettato che la capacità di qualsiasi DAW di manipolare e automatizzare la maggioranza dell’effettistica sia superiore a quella della maggior parte delle macchine di studio, tuttavia anche i più recenti riverberi software a convoluzione (di cui Audioease Altiverb è forse l’esponente meglio conosciuto) non riescono a portare la qualità al livello di una unità da studio progettata specificamente per la generazione del riverbero. Il campionamento della riverberazione di un particolare ambiente è alla base del processo di analisi della convoluzione del suono, il risultato viene utilizzato dalla DAW come riferimento per manipolare digitalmente il segnale, tuttavia il risultato finale è inferiore (sebbene non di molto) a quello di macchine come il TC Electronic System 6000 o il Lexicon 960L, oppure il recente e acclamatissimo Bricasti M7.
La combinazione di DSP dedicato con algoritmi specifici consente non solo di avere delle emulazioni superiori e con settaggi custom, ma anche di creare ambienti fantastici e interessanti.

Scelte Software e Plug-in
La scelta del sistema DAW è assolutamente fondamentale per uno studio professionale. I fattori da tenere in considerazione sono numerosi: dal tipo di clienti che si avvalgono dei servizi dello studio (e quindi le loro richieste ed esigenze), al numero di canali indispensabili, ai plug-in che sono necessari per il particolare tipo di lavoro. Mentre la semplice registrazione è generalmente possibile con qualsiasi tipo di DAW, non tutti i plug-in e le opzioni hardware sono disponibili per ogni formato. I problemi più grossi sono quelli di compatibilità tra formati e spesso l’unico modo di superare questo ostacolo è di avere a disposizione più di un software per poter coprire quantomeno le richieste più comuni.
Nel campo specifico della produzione musicale, alcuni software (e hardware associati) hanno progressivamente preso piede nel corso degli anni, creando una base di utenti tale da essere considerati uno standard internazionale: Avid Pro Tools, Apple Logic Pro, Steinberg Nuendo/Cubase e MOTU Digital Performer coprono con ogni probabilità il 95% del mercato professionale.

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A questi si affiancano altri software come Ableton Live, Propellerhead Record, Cakewalk Sonar, Magix Sequoia o Samplitude che sono usati in ambienti più limitati ma non necessariamente meno professionali. Ableton Live e Propellerhead Record, ad esempio, sono dei software nati dall’esigenza di offrire un pacchetto potente e versatile per la produzione musicale sufficientemente efficiente per funzionare su un laptop senza comprometterne la qualità, ma che in seguito si sono evoluti per comprendere tutte le funzionalità di un software di studio vero e proprio. La linea di demarcazione tra DAW e software destinati alla programmazione MIDI e la produzione musicale è scomparsa completamente negli ultimi anni, in gran parte grazie all’aumentata potenza dei microprocessori.
Dei software elencati sopra, non c’è dubbio che Avid Pro Tools, che con la versione 9 è ora aperto all’uso di qualsiasi interfaccia audio, è il più diffuso standard negli studi di un certo livello. Le ragioni sono forse più storiche che pratiche: Pro Tools HD richiedeva del costoso hardware dedicato per poter funzionare, e fino a pochi anni fa era l’unico sistema in grado di garantire un’accettabile latenza fissa grazie al suo DSP su schede PCI. Questa sua esclusività, unita a una solida e affidabile gestione dei file e a un set di comandi fisso, ha praticamente consentito a una moltitudine di fonici di portare sessioni di Pro Tools da uno studio all’altro senza grossi problemi di compatibilità, ricalcando così in un certo senso quella routine consolidata da decenni di nastro analogico. Il fatto di essere un sistema relativamente chiuso ha consentito di garantirne l’affidabilità e oggi è a disposizione di tutti grazie alla versione nativa.
Logic Pro d’altro canto è un software in grado di lavorare con qualsiasi hardware audio (anche più di uno contemporaneamente), incluse le schede e le interfacce di Pro Tools HD, peccato solo che da alcuni anni giri esclusivamente su Apple Mac. La sua incredibile versatilità è forse il suo punto debole, e le versioni più recenti hanno cercato di organizzare meglio la miriade di funzioni a disposizione in modo da non intimidire i nuovi utenti. Logic è un efficiente strumento di produzione già corredato di una lunga lista di strumenti virtuali di ottima qualità.
È inoltre in grado di gestire enormi librerie di campionamenti e per facilitare la produzione professionale può addirittura essere installato su una rete di computer con lo scopo di aumentare la potenza di calcolo a disposizione. La principale pecca di Logic è anche uno dei suoi punti forti: la possibilità di personalizzare praticamente qualsiasi aspetto, sia del software che dell’hardware, si è dimostrata essenziale per adattarsi alle esigenze specifiche di moltissime produzioni; tuttavia la stessa caratteristica male si presta all’uso professionale in uno studio commerciale, dove potenzialmente ogni giorno clienti diversi utilizzano lo stesso sistema.
L’integrazione finale tra hardware e software si conclude con la scelta di plug-in da utilizzare sulla propria DAW. Le scelte sono quasi infinite, tuttavia è importante capire che uno studio professionale deve fornire software che sia efficiente, richiesto e di ottima qualità. Idealmente bisognerebbe scegliere plug-in che siano disponibili su più piattaforme diverse (AU, VST, RTAS, TDM sono quelle più comuni) e che coprano una serie di processi diversi. Per questa ragione i pacchetti di Waves sono forse i più installati, perché forniscono software di ottima qualità e coprono le esigenze più immediate durante l’uso quotidiano della DAW, supportando i formati più comuni.
Le mie scelte personali, basate sulla versatilità dei vari plug-in, si sono orientate diversamente: Sonnox per EQ, dinamiche e riverbero artificiale, SoundToys per l’effettistica creativa, Altiverb per il riverbero naturale, Serato e Autotune per quel che riguarda l’intonazione e il time-stretching. Esistono poi diversi plug-in utili per le emulazioni: Audioease Speakerphone per il mondo degli altoparlanti (dal citofono al Marshall per chitarra), Softube per il vintage, Waves per le console classiche (SSL, Neve, API). Altri, come quelli di iZotope, sono pensati per applicazioni specifiche di alta qualità (mastering, distorsione, de-noising, ecc), altri ancora come gli Ohm Force sono dedicati al filtraggio estremo. Alcuni plug-in infine richiedono hardware dedicato, come gli eccellenti plug-in di Universal Audio che però girano su una scheda PCIe, oppure quelli di SSL che hanno bisogno dell’hardware Duende ma che nel prossimo futuro saranno nativi.