Apertura-saxsopranocurvo-1-460x680Tenore, baritono, soprano, contralto. No, non stiamo parlando di cantanti ma di sassofoni. Inventato intorno alla metà dell’800, il sassofono ha trovato da subito ampio utilizzo in contesti bandistici militari, per i quali era stato specificamente pensato. Più difficile è stato invece il suo inserimento in ambito operistico e orchestrale. Col tempo, il sassofono viene adottato come uno degli strumenti simbolo del Jazz e del Blues, per poi essere definitivamente consacrato nella Hall of Fame degli strumenti musicali grazie al suo impiego in famosissimi brani della musica Pop e Rock mondiale. Oggi lo troviamo inserito in molteplici composizioni, come solista o come elemento all’interno di sezioni fiati, insieme a trombe e tromboni.

di Stefano Pinzi
Tale è la versatilità di questo strumento che la sua ripresa microfonica risulta essere da sempre una delle più varie e complesse. La tipologia di microfoni da utilizzare, il loro posizionamento e l’ambiente nel quale avviene la registrazione, rappresentano solo alcune delle moltissime variabili coinvolte nella difficile impresa di catturare in maniera efficace e completa il suono del sax. Abbiamo perciò interpellato per voi alcuni importanti professionisti che ci hanno spiegato il loro punto di vista e hanno raccontato le proprie esperienze, vissute in ambiti musicali anche molto differenti tra loro.
Ne sono scaturiti diversi spunti di riflessione, che ci auguriamo possano essere utili ai nostri lettori per approfondire le problematiche tipiche della registrazione.

TAKETO GOHARA
Sound engineer, produttore e sound designer, Taketo muove i primi passi presso il Metropolis Studio di Milano, per poi trasferirsi alle leggendarie Officine Meccaniche di Mauro Pagani. Nel corso degli anni inizia la sua personale collaborazione in studio e dal vivo con diversi importanti artisti, tra i quali Vinicio Capossela, la Banda Osiris, Lombroso e lo stesso Mauro Pagani.

 Mi piacciono i plate, mi piace il suono vintage dell’EMT 250 (la stufetta), mi piacciono anche i tape echo.  Il riverbero e gli effetti in generale caratterizzano molto il suono dello strumento a fiato. Taketo Gohara
“Mi piacciono i plate, mi piace il suono vintage dell’EMT 250 (la stufetta), mi piacciono anche i tape echo. Il riverbero e gli effetti in generale caratterizzano molto il suono dello strumento a fiato.” Taketo Gohara

Come ti poni di fronte alla registrazione di un sassofono in studio?
“Innanzitutto dipende dal tipo di disco che si deve registrare: se è un lavoro che potrà subire un pesante intervento in sede di mix, cerco in genere di ricavare un suono il più possibile libero da contributi della stanza o di altre sorgenti.
Se invece so già dove si vorrà arrivare, come ad esempio accade con i dischi di Vinicio Capossela, mi sento più libero di sperimentare diversi ambienti di registrazione come una cantina, una grotta, una stanza di legno, ecc.
Non seguo mai uno schema preciso, ci sono alcune soluzioni che modifico di volta in volta a seconda delle esigenze, mie e del musicista. Nella ripresa in studio del sassofono uso spesso una coppia di microfoni: il primo è indirizzato sulla campana a una distanza di circa 30 cm, leggermente angolato per evitare che l’emissione d’aria investa direttamente la capsula del microfono; l’altra ripresa ricerca invece il suono che proviene dalla parte centrale del sax, con il microfono posizionato di lato. Facendo molta attenzione ai rapporti di fase, i due segnali verranno poi sommati e bilanciati in mix.
Uno dei microfoni cui sono più affezionato è il Neumann U47 FET, ma nell’ultimo disco di Vinicio ho anche provato un Ribera R47, un valvolare che mi è piaciuto moltissimo e che ho impiegato per quasi tutte le riprese di fiati. Ha una gestione molto libera della direttività (nove step selezionabili, ndr) ed è stato divertente andare alla ricerca del timbro desiderato cambiandone la risposta.
Per questo genere di strumenti affido spesso la preamplificazione ai Neve 1073 oppure agli API 512c, in base alla risposta dinamica che voglio ricavare. Anche in questo contesto, se ho già le idee chiare riguardo al risultato da ottenere, non è escluso il ricorso a una certa compressione già in fase di recording. Ultimamente sto usando molto il Retro 176, che sui fiati mi permette di riallineare al meglio le asimmetrie tra fase positiva e negativa del suono.”

Come ti comporti nei riguardi di una sezione fiati che deve suonare in un brano? Preferisci registrarli individualmente oppure li fai suonare insieme?
“Se mi occupo anche della produzione del disco, cerco di fare in modo che tra i musicisti ci sia il maggiore affiatamento possibile, in questo modo sarà più facile gestirli insieme in un’unica registrazione. Se invece si ricorre a musicisti turnisti, è molto più probabile che si opti per una ripresa separata di ciascuno strumento.
In generale cerco comunque di ottenere il suono voluto già in registrazione, ci metto sempre l’orecchio e giro intorno allo strumento alla ricerca della combinazione magica. In mix faccio davvero poco e lavoro soprattutto sugli ambienti, non per forza ricercando una particolare naturalezza. Mi piacciono i plate, mi piace il suono vintage dell’EMT 250 (la stufetta), mi piacciono anche i tape echo.
Il riverbero e gli effetti in generale caratterizzano molto il suono dello strumento a fiato, secondo me. Probabilmente ho avuto la fortuna di lavorare sempre con persone dinamicamente molto brave, ma tocco davvero poco gli equalizzatori e i compressori.”

Quali sono invece le tue scelte per il palco?
“Inversamente a quanto accade in studio, nel live non uso quasi mai microfoni a condensatore, ma questo è dovuto a esigenze pratiche di gestione dei rientri, più che a una questione di qualità sonora. Un grande classico per il live è il Sennheiser MD 421, ma io gli preferisco l’MD 441. Uso spesso l’Electro-Voice RE20, anche se ultimamente ho provato un AKG C 535 EB e mi sono trovato molto bene.
Anche se sono più pratici, non uso spesso i microfoni a clip perché dal punto di vista sonoro non sempre mi convincono. Sono rimasto molto soddisfatto dalle soluzioni proposte dalla SD Systems, sia per il sax sia per tromba e trombone. Sono microfoni molto belli da vedere e da sentire, davvero molto naturali.”

GIAMBATTISTA LIZZORI
La discografia di Giambattista “Giamba” Lizzori raccoglie, distribuite in oltre 30 anni di attività, importantissime partecipazioni in produzioni quali Eros Ramazzotti, Ivano Fossati, Laura Pausini, Fiorella Mannoia, Anna Oxa, Ivana Spagna e tantissimi altri. Attualmente Giamba collabora anche con il Teatro alla Scala di Milano e ci racconta così la sua esperienza, attraverso diversi generi musicali, con la registrazione del sassofono.

 

“Il sax ha un’emissione piuttosto articolata e usare un solo microfono, specie se vicino allo strumento, spesso non è sufficiente a catturare un’immagine sonora completa e realistica.” Giambattista Lizzori

“La problematica che più di altre è da individuare in questo strumento è la dinamica, decisamente varia ed estesa. Un posizionamento troppo ravvicinato del microfono potrebbe creare gravi problemi, che vanno in qualche modo previsti e prevenuti. Oltre a questo, il sax ha un’emissione piuttosto articolata e usare un solo microfono, specie se vicino allo strumento, spesso non è sufficiente a catturare un’immagine sonora completa e realistica.

Trovo che gli elementi sonori emessi dalle chiavi siano fondamentali per la caratterizzazione timbrica del sassofono e per questo motivo aggiungo spesso un secondo microfono in quella posizione. Penso che sia inoltre molto importante riuscire a fornire al musicista un’ottima qualità di ascolto in cuffia. Quello che il musicista sente del proprio strumento è la base per una buona registrazione.
Per la ripresa in studio del sax solitamente prediligo i microfoni a condensatore, per esempio mi piacciono molto il 414 (AKG C 414, ndr) e il Neumann U87, ma non escludo la possibilità di impiegare dei dinamici. Di volta in volta è necessario rivalutare il setup più opportuno, perché non si può certo pensare che la stessa tecnica vada bene per ogni situazione.
Durante la registrazione cerco di preservare al meglio la dinamica dell’esecuzione, facendo un uso minimo e mirato di processori. Io sono poi uno che tende a eccedere un po’ nella compressione, quindi ho imparato a tenermi a freno.”

L’ambiente della registrazione rappresenta un’altra variabile importante e delicata, come ti ci relazioni?
“Per i solisti preferisco in genere una registrazione a parte; il suono del sax rientra molto negli altri microfoni e se si vuole poter fare piccole correzioni individuali, diventa indispensabile ottenere una maggiore separazione. In un booth isolato il suono tenderà certamente a essere un po’ più sordo e si dovrà poi cercare di ravvivarlo con qualche valido artificio, ma mi sembra un buon compromesso dal punto di vista lavorativo. In ogni caso, l’ultima decisione spetta al musicista e alla produzione.
Nel jazz e nella classica è chiaramente più importante ricercare l’impatto sonoro dell’insieme. Possiamo dire che in queste situazioni diventa fondamentale catturare al meglio l’esecuzione come un evento unico, emozionante anche nelle eventuali imprecisioni. Spesso nel Pop ci si sofferma di più sulla tecnologia.”

PAOLO FILIPPI
Chitarrista autodidatta, si diploma nel 1991 in chitarra presso il Musician Institute di Los Angeles. Ha suonato in gruppi di varia estrazione, per poi scavalcare la barricata e passare al ruolo di fonico e produttore.
Approda allo studio dopo alcuni anni di esperienza dal vivo e nel 1999 fonda a Bergamo il Cavò, un ambiente di lavoro spazioso e accogliente, in grado di coniugare il calore e il fascino del sound analogico con la versatilità della registrazione digitale. Tra i suoi credit individuiamo moltissimi nomi del Jazz italiano e internazionale (www.cavostudio.com), ed è su questo ambito musicale che si concentra maggiormente la nostra simpatica chiacchierata.

Concepisco il suono dei fiati come il giusto compromesso tra i sax degli anni ’90, molto compressi e sempre a fuoco, e il respiro delle riprese dei ’70. Paolo Filippi
“Concepisco il suono dei fiati come il giusto compromesso tra i sax degli anni ’90, molto compressi e sempre a fuoco, e il respiro delle riprese dei ’70.”
Paolo Filippi

“Con un jazzista, credo che il primo passo sia quello di preservare la naturalezza del suo suono. Ogni musicista che si rispetti sceglie, infatti, con grande cura le caratteristiche del suo strumento, proprio con l’intenzione di caratterizzarne la timbrica. Nelle mie prime esperienze, di fronte a musicisti che avevano alle spalle anni di produzioni, la mia preoccupazione era quella di chiedere se avessero delle preferenze in termini di microfoni o posizionamenti. Ho sempre avuto un certo timore reverenziale nei confronti di certi professionisti e per fortuna mi capita ancora oggi. Finché accade, significa che il cervello è acceso e reattivo. Amo molto il sassofono, soprattutto il soprano, i baritoni e i tenori.
Mi piace molto il suono della campana, per cui tendo a usare spesso l’U87 (Neumann, ndr) in posizione piuttosto ravvicinata. Quando si fanno delle riprese jazz, con altri strumenti nella stessa sala, bisogna per forza stare abbastanza stretti. Nella ripresa del sax aggiungo sempre anche un secondo microfono laterale per catturare gli armonici emessi dalle chiavi. Durante la registrazione non faccio mai uso di compressori o equalizzatori; preferisco muovere i microfoni cercando l’emissione sonora più adatta, con la problematica che ne consegue: i musicisti spesso non sono capaci di star fermi! La distanza alla quale viene effettuata la ripresa dipenderà anche da quello. Nella ripresa in sezione, solitamente posiziono uno o due set stereo d’insieme, con l’aggiunta di microfoni individuali per ogni strumento.
Se la sezione viaggia bene ed è equilibrata, le riprese di gruppo sono spesso più che sufficienti, ma se ci sono correzioni da fare diventa indispensabile avere anche le sorgenti separate. Purtroppo le nuove tecnologie rischiano di far prendere un po’ sottogamba l’importanza dell’esecuzione dei musicisti. Se dobbiamo essere noi a fare il 60% del lavoro, vuol dire che partiamo dal materiale sbagliato. Può anche essere divertente e stimolante, ma spesso si fa per salvare una performance più che per abbellirla. Se non conosco i musicisti con cui ho a che fare, chiedo loro di provare un po’ insieme prima ancora di scegliere e piazzare i microfoni.”

Un approccio molto musicale, quindi.
“Sì, io concepisco il suono dei fiati come il giusto compromesso tra i sax degli anni ’90, molto compressi e sempre a fuoco, e il respiro delle riprese dei ’70. Per quanto apprezzi tutti i bellissimi lavori realizzati nella storia di questo genere, trovo giusto sfruttare le opportunità che la tecnologia moderna ci mette a disposizione. I grandi jazzisti del passato, fossero vivi oggi, lo esigerebbero! Ho la fortuna di avere a disposizione una bella sala di ripresa e cerco perciò di sfruttarla al meglio, senza però penalizzare altri elementi. La stanza nella quale si registra è fortemente caratterizzante, fondamentale. Spesso il musicista si muove sul microfono alla ricerca del suono desiderato e questo può diventare un grave problema, se ciò che sta ascoltando non è sufficientemente fedele. Ho sempre cercato di garantire degli ascolti accurati e attualmente utilizzo un sistema multicanale della Furman che ha alleggerito molto i miei compiti, anche se a volte complica un po’ la gestione dei livelli da parte dei musicisti. Come cuffie, solitamente mi affido alle K 271 di AKG e alle classiche Sony MDR-7506. Lascio la scelta al musicista, facendogli provare entrambe le soluzioni. Anche se spesso si trascura, è anche questo un aspetto molto importante del lavoro.”

MATTIA CIGALINI
A corredo delle nostre interviste a chi, come fonico, si occupa delle questioni tecniche, cerchiamo conferme (o smentite) nel punto di vista di un musicista, per capire come la registrazione venga vissuta dall’altra parte del vetro. A dispetto della giovane età (classe 1989!) Mattia Cigalini ha alle spalle importanti riconoscimenti internazionali, produzioni in studio, prestigiose esibizioni dal vivo e insegna presso l’Accademia del Suono di Milano.
Nel 2009 ha pubblicato Arriving Soon, in cui collabora con musicisti del calibro di Fabrizio Bosso, Andrea Pozza, Riccardo Fioravanti e Tullio De Piscopo, e a breve riprenderà una nuova avventura in studio di registrazione.

Il mio setup mi consente di ottenere grandi pressioni sonore e di gestire una gamma dinamica molto ampia. Anche per questo preferisco lavorare in ambienti grandi, dove tutto ha più respiro. Mattia Cingalini
“Il mio setup mi consente di ottenere grandi pressioni sonore e di gestire una gamma dinamica molto ampia. Anche per questo preferisco lavorare in ambienti grandi, dove tutto ha più respiro.”
Mattia Cingalini

“Tra il sax e il microfono si crea sempre un equilibrio molto delicato, in cui ogni minima differenza può comportare un cambiamento radicale. Una cosa importantissima, spesso sottovalutata, è riuscire ad avere un ascolto chiaro e definito, fondamentale per metterti a tuo agio e dare forma alle tue idee.
Ogni musicista cerca qualcosa di diverso dal proprio strumento: il mio setup, per esempio, mi consente di ottenere grandi pressioni sonore e di gestire una gamma dinamica molto ampia, che cerco sempre di ritrovare in tutta la sua naturalezza nella ripresa in studio. Anche per questo motivo preferisco lavorare in ambienti grandi, dove tutto ha più respiro.
In studio gioco tantissimo, volutamente, con il microfono, per ricercare degli effetti nuovi e interessanti. In generale sono poi uno che si muove molto; in sala di ripresa cerco di controllarmi, ma sul palco preferisco avere il microfono pinzato sullo strumento, per sentirmi più libero.
Mi piace lavorare con persone che conoscono e capiscono le mie esigenze e aspettative: mi fido delle scelte e dei consigli del fonico, rispetto le sue competenze e spero sempre che la cosa sia reciproca.”