Console audio da studio AVID S6
Console audio da studio (cortesia AVID)

Il panorama della formazione per i tecnici del suono in Italia ha subito una certa evoluzione, che di fondo non stravolge i criteri di valutazione e qualificazione delle scuole esistenti ma che rivoluziona completamente le finalità stesse della formazione, condizionandone i metodi e i requisiti per l’allestimento di una scuola compatibile con le nuove normative istituzionali.

Di Gilberto Martinelli

Qualche lettore più attento e addentro alla questione in oggetto potrebbe inorridire all’idea che proprio oggi si parli di formazione del tecnico del suono sapendo che questo particolare momento è quanto di più confuso e predestinato al cambiamento come mai è accaduto nella storia della nostra costituzione. Se non lo avete già letto, vale la pena dare un’occhiata alla prima inchiesta pubblicata in Backstage nel 2009. Proprio per questo motivo abbiamo la necessità di ricontare e risistemare quei tasselli che permetteranno di comporre un mosaico normativo su un piano opportunamente dimensionato: la certificazione europea.

 

Certificati e certificatori

La chiave di lettura per la nuova interpretazione di formazione del tecnico del suono, è proprio la “certificazione”.

È bene far conoscere da subito ai nostri lettori la nomenclatura propria della normativa europea che di per sé pretende dei precisi “status” professionali passando proprio il concetto di certificazione, annullando definitivamente la futura formazione di albi ed ordini professionali, considerati forme di corporativismo protezionista e discriminatorio, a tutela della libera concorrenza.

Le certificazioni dal latino certum, ‘certo’, e facere, ‘fare’ ossia “dichiarare il vero” attestano la preparazione tecnico teorica di un soggetto verso una professione o un mestiere considerandone gli attributi culturali, le capacità tecnico operative, le norme di sicurezza e la deontologia di base.

La “certificazione” è obbligatoria in Europa già dal 1993 ma, tralasciando i vari articoli di legge e le relative proroghe, è entrata in vigore progressivamente per le varie professioni nel corso degli anni. In forma molto sintetica possiamo dire che per il nostro settore, l’audiovisivo, la certificazione è divenuta obbligatoria dal primo Gennaio 2013 con un limite di adeguamento pari ad un anno. A questo punto, evitando gratuite illazioni politiche, va riscontrato di fatto un ritardo ben più lungo di un anno, per il quale all’Italia sono state già comminate delle pesanti sanzioni per il mancato adeguamento. L’anomalia italiana non è da imputarsi alla lentezza burocratica e politica nelle decisioni, seppur in questi ultimi anni la situazione governativa italiana è stata travagliata, piuttosto al mancato adeguamento del capitolo quinto della nostra costituzione, ossia la parte che ha ridisegnato la divisione di competenze delle amministrazioni statali e locali e che venne riformata nel 2001. Questa sovrapposizione di competenze ha creato un conflitto tra gli uffici governativi tanto che alcune regioni hanno provveduto autonomamente a rilasciare certificazioni professionali senza però considerare la loro omologabilità in ambito europeo. In parole molto concise: ad oggi si riparte da zero!

Nuovi fonici crescono

Per ripartire però, occorre fare chiarezza partendo dai dati statistici relativi alla professione di tecnico del suono in Italia. I dati relativi al numero di scuole e previsioni di sbocco non sono sostanzialmente variate dalla trattazione precedente che redigemmo su questa rivista, sono cambiate invece le classificazioni. È di rilevante importanza l’adeguamento dei dati statistici ottenuto attraverso un nuovo censimento recentemente eseguito in Italia dall’ISTAT che ha sorprendentemente fornito dati fino ad oggi impensabili, e questi vanno obbligatoriamente rettificati rispetto a quanto si sapeva fino a pochi mesi fa.

Tecnici del suono in Italia

23 mila

i professionisti Tecnici del Suono attivi in Italia (media 2008/2010, codice ISTAT 3.1.4.3.2)

88% uomini

55% sotto i 40 anni

67% con contratto di lavoro dipendente

In Italia la professione del Tecnico del Suono (codice ISTAT 3.1.4.3.2) occupa circa 23 mila persone (dati ISTAT media 2008-2010), in prevalenza uomini (88%), di cui il 55% di età inferiore ai 40 anni e prevalentemente con un contratto di lavoro dipendente (67%).

Le stesse fonti ufficiali ISTAT riferiscono che il mestiere di Tecnico del Suono è in netta controtendenza rispetto al comportamento della più generale categoria 3.1.4. di “Tecnici e operatori di apparecchiature ottiche, elettroniche ed assimilati”, che risente della crisi occupazionale di questi ultimi anni. Al contrario, per il sottogruppo 3.1.4.3 degli “Operatori di apparecchi per la ripresa e la produzione audio-video”, di cui i tecnici del suono costituiscono una parte importante, l’ISTAT prevede una variazione occupazionale nel quinquennio 2010-2015 superiore al 5%, quindi decisamente superiore alla crescita occupazionale media dello stesso periodo, che si attesta al 3,3%. Una situazione del tutto analoga si presentava anche per il periodo 2009-2014.

Questi dati, relazionati alla normativa europea, ci dicono chiaramente che tutti i certificati (ossia i professionisti in attività che avranno la certificazione d’ufficio) e i certificabili (quelli provenienti dalla formazione), devono corrispondere all’indice di fattibilità, vale a dire la possibilità di impiego che divide i tecnici in operatori di concetto e tecnici specializzati. Una divisione, seppur poco simpatica, tra fonici abilitati a pensare, creare e a prendere iniziative ed altri ad operare strettamente sulle apparecchiature. Questa distinzione la determina la formazione. Urge quindi fare una prima divisione tra scuola e corso di formazione. In effetti vanno formate due tipologie di tecnici del suono e per evitare discriminazioni, dobbiamo stabilire da subito che la divisione nasce già da due diversi statuti formativi che le istituzioni riconoscono. Per essere chiari un laureato di primo livello come tecnico del suono avrà certificazione diversa da chi invece otterrà un attestato da un corso di formazione.

5%

crescita occupazionale prevista dall’ISTAT nel quinquennio 2010-2015 per il sottogruppo 3.1.4.3 degli “Operatori di apparecchi per la ripresa e la produzione audio-video”. La crescita occupazionale media italiana per lo stesso periodo è al 3,3%.

 

Quindi la distinzione tra scuola, intesa come formazione culturale istituzionalmente vincolata a programmi ministeriali e corso di formazione è del tutto necessaria. A questo punto però dobbiamo ricorrere all’aiuto di esperti della formazione, come Marco Mamberti docente di tecnica del suono dell’Istituto di Stato per la cinematografia e la televisione di Roma “Roberto Rossellini” esperto di problemi della formazione e profondo conoscitore delle normative in vigore.

 

Professor Mamberti, come si definisce una scuola di tecnici del suono riconosciuta e in cosa differisce da un corso di formazione?

Marco Mamberti Al momento attuale la situazione nazionale che ci dovrebbe permettere di definire tale distinzione è particolarmente confusa. La ragione è presto detta: fino a pochi anni fa gli istituti professionali statali rilasciavano un diploma di qualifica valido sull’intero territorio nazionale, a partire dal 2003 la riforma Moratti ha eliminato l’istruzione professionale nazionale e ha rimesso di fatto tali competenze in capo alle singole regioni.

Successivamente la riforma del ministro Maria Stella Gelmini , che poi non è che il risultato del lavoro di una commissione istituita dal precedente ministro Fioroni, fa risorgere gli istituti professionali in ambito statale, con la differenza che al termine dei cinque anni di corso, si rilascia una nuova tipologia di diploma generico di tecnico dell’industria ad indirizzo audiovisivo.

Contemporaneamente, in ordine sparso e in assenza di un riconoscimento sul territorio nazionale le regioni iniziarono a riconoscere autonomamente, a strutture prevalentemente private, la possibilità di rilasciare diplomi di qualifica specifica del settore audio.

Il tutto è stato possibile per via del titolo quinto della Costituzione che rimette la formazione professionale in capo a competenza esclusiva delle Regioni. Un vero e proprio rimpallo di competenze combattuto a colpi di leggi e normative.

È evidente come la volontà dei costituenti fosse indirizzata alla formazione di personale in settori lavorativi la cui specificità facesse sì che fossero fortemente concentrati sui territori, cosa non certo applicabile a professionalità diffuse sull’intero territorio nazionale, quali quelle legate all’audiovisivo e quindi trattasi di sovrapposizione di competenze.

Marco Mamberti docente di tecnica del suono dell'Istituto di Stato per la cinematografia e la televisione di Roma “Roberto Rossellini”
Marco Mamberti docente di tecnica del suono dell’Istituto di Stato per la cinematografia e la televisione di Roma “Roberto Rossellini”

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo semplificare che: entrambi sono percorsi atti alla formazione ma, mentre una scuola è corredata di aree culturali generali prima che tecnici, i corsi sono prettamente concentrati alla teoria e pratica della professione a cui mirano. È difficile dire che alla fine rilascino, allo stato attuale, un attestazione con la stessa caratura. L’unica cosa che può differenziarle a livello giuridico, sperando che quello culturale sia normalmente evidente, è l’abbinamento di maturità o lauree brevi all’attestato certificativo.

La certificazione quindi è una sorta di esame di stato, gestito però dalle regioni per l’inserimento in un presunto “Repertorio nazionale dei titoli di istruzione, di formazione e delle qualificazioni professionali”.

Questo repertorio è l’oggetto del contenzioso, per cui ci sono state comminate sanzioni e per cui ci dovremmo organizzare a breve, ma sulle basi sopra preposte. Infatti il D.I. 15/6/2010 affida alle Regioni “la definizione degli standard minimi del sistema di accreditamento delle strutture formative”, strutture che una volta riconosciute dalla regione si occuperanno dell’organizzazione e della gestione dei corsi. In Italia però non esiste un osservatorio che abbia un quadro esaustivo delle scuole e dei corsi presenti sul  territorio nazionale e organizzati dallo Stato , dagli Enti Locali ( Regioni, Province e Comuni ) e strutture private. Considerando che al momento è prevista una abilitazione specifica in Tecnica della registrazione del suono riconosciuta dal ministero della pubblica istruzione e quindi a livello nazionale. Riassumendo, le uniche scuole che possono ritenersi riconosciute per formare tecnici del suono sono: l’Istituto di Stato per la Cinematografia e la Televisione “R.Rossellini” di Roma, la Scuola Nazionale di Cinema e i licei che hanno istituito tale corso, ma la certificazione è ben altra cosa.

Ma come siamo messi rispetto all’Europa? L’abbiamo chiesto al Professor Alberto Pinto, direttore del CESMA (Centro Europeo per gli Studi di Musica e Acustica) di Lugano, matematico, docente ed esperto di normative comunitarie e formazione atta alla certificazione compatibile con gli standard europei.

Professor Pinto, in Italia si inizia a parlare in forma definitiva di certificazione. Come si ottiene una certificazione per un tecnico del suono in Europa?

Alberto Pinto Direi finalmente! Le certificazioni in Italia sono sempre state viste come inutili, addirittura da sopprimere, ma si dimentica che l’assenza totale di preparazione sistematica delle figure professionali e delle relative verifiche (le certificazioni appunto) porta al livellamento verso il basso della preparazione media della categoria.

Certamente i geni emergono comunque, certificazione o non (ricordo ad esempio che per essere professore ordinario in università non è richiesta una laurea) ma non si può sviluppare una regola sulle eccezioni.

I Paesi anglosassoni adeguatesi a tempo debito, hanno avuto modo di elaborare percorsi di formazione e certificazione molto evoluti e destinati. Un esempio su tutti il Fachhochschule in Germania, che forma la figura del Tonmeister (tecnico del suono) con un futuro virtuoso fatto di conoscenze approfondite sia tecniche che scientifiche, ma anche musicali, con molta pratica strumentale.

Professor Alberto Pinto, direttore del CESMA (Centro Europeo per gli Studi di Musica e Acustica) di Lugano, matematico, docente ed esperto di normative comunitarie e formazione atta alla certificazione compatibile con gli standard europei.
Professor Alberto Pinto, direttore del CESMA (Centro Europeo per gli Studi di Musica e Acustica) di Lugano, matematico, docente ed esperto di normative comunitarie e formazione atta alla certificazione compatibile con gli standard europei.

In Svizzera, dove ha sede il CESMA, risentiamo di questa influenza tedesca nell’organizzazione scolastica e nella formazione professionale, anche di alto livello, ed è tenuta in altissima considerazione. Si tratta però di un percorso diverso rispetto alla formazione universitaria (scuole universitarie professionali, università o politecnici federali) ma di pari livello e spesso complementare: non a caso studenti già laureati intraprendono anche un percorso di formazione professionale.

Leonardo da Vinci soleva dire: “Quelli che s’innamorano di pratica senza scienza son come il nocchiere, che entra in naviglio senza timone o bussola, che mai ha certezza dove si vada”. In questo tipo di formazione si ha parecchia attenzione al rapporto studente-docente e si ha un coordinamento didattico a cremagliera, preciso direi. La didattica si sviluppa “per problemi” più che “per soluzioni” e contribuisce a far germogliare nell’allievo il desiderio di approfondire l’amore per il ragionamento. Il fine principale deve essere il percorso di crescita professionale e umana del singolo allievo.

Se la cosa si sposa con le esigenze commerciali ben venga altrimenti è un vuoto a perdere, dove l’assenza di contenuti si percepirà nella insufficienza dello studente. In Europa esistono già le scuole atte alla certificazione, il resto sono corsi ma solo in pochi casi consentiranno allo studente di superare l’esame per la certificazione.

In Svizzera, ad esempio è importante il ruolo dell’ AES (Audio Engineering Society) che, su incarico del ministero dell’istruzione, già da 20 anni ha istituito un esame di abilitazione a livello nazionale, che si svolge a Berna nelle tre lingue nazionali (italiano, tedesco e francese a scelta) e al quale si accede dopo un periodo di pratica lavorativa e un percorso di formazione presso una delle scuole accreditate (Lugano presso il CESMA, che ho l’onore di dirigere, Zurigo o Losanna). Si tratta di una verifica rigorosa eseguita da un ente indipendente della formazione sia teorica che pratica degli aspiranti tecnici del suono, che porta al conseguimento di un Attestato Professionale Federale (APF) che abilita a svolgere funzioni di quadro intermedio/superiore e ad assumere compiti i cui requisiti sono considerevolmente superiori a quelli del tirocinio professionale, con stipendi più alti e adeguati al ruolo, secondo ben precise tabelle nazionali.

Spesso accade anche che gli studenti siano assunti proprio durante la sessione d’esame.

La cerimonia di consegna dei diplomi sottolinea con una certa solennità i risultati raggiunti dai candidati, anche attraverso premi speciali in denaro.

L’APF è un titolo che abilita all’esercizio della professione in Svizzera e, come tale, è riconosciuto in tutti i Paesi che richiedano una formazione certificata per l’esercizio della professione, e quindi vale per la Germania, Inghilterra, Francia e Austria, l’Italia purtroppo non è nella lista non avendo mai adottato un criterio di certificazione.

In Italia quindi basterebbe importare questo modello ma (purtroppo) nel nostro paese la certificazione è cosa politica!

A complicare le cose c’è il problema del tirocinio professionale. Un vero e proprio business moltiplicatore di problemi tra chi lo vede come un parcheggio per la disoccupazione, chi come un asservimento di personale a costo zero e chi come una forma di inserimento del giovane nel mondo del lavoro che, non essendoci, costituisce addirittura una minaccia per lo stesso tutore.

 

Cambiamenti in atto

Questo confronto diretto tra la nostra realtà e quella internazionale non vuole essere uno svilimento delle nostre strutture formative, altresì tende a dimostrare come uno stesso fenomeno, sotto la stessa normativa, quella Europea, possa essere diversamente interpretato previa mentalità, cultura politica e lentezza di gestione. Se dovessimo quindi tirare una somma, la certificazione, essendo in Italia cosa politica, subisce il ben riconosciuto iter pachiderma che non permette ai giovani un serio accostamento alla professione, al professionista una tutela o, nel peggiore dei casi, una sana competizione.

La nostra unica preoccupazione è quella di ridurre questa argomentazione ad un concetto escatologico che possa lasciare nel lettore uno strumento per la scelta di una scuola da tecnico del suono: essendo tutto il settore della formazione professionale in un rapido cambiamento, quel cambiamento tipico italiano dell’ultimo minuto, si potrebbe consigliare di attendere e di usare questo articolo come sala d’aspetto davanti alla porta dell’incertezza, ma non è così: superati conflitti di competenza, il tecnico del suono, a breve, dovrà essere certificato! Questa è l’unica certezza che dovrà condizionare d’ora in poi la scelta, spesso onerosa di una scuola in cui formarsi. Dando prevalenza alle scuole pubbliche, mi sento di dire che i corsi propedeutici alla certificazione saranno meno di un quinto delle scuole e corsi tutt’ora esistenti. Questa ultima sentenza mi consente occultamente di attuare una forte selezione e di asserire: “a buon intenditor poche parole” essendo io, come redattore, sicuro della capacità del lettore di selezionare un corso già dal colloquio preliminare portando al desk due domandine composte tra quanto letto. Alla domanda seguirà risposta, o forse no! O forse non hanno letto questo articolo!